365 giorni, Libroarbitrio, Pubblicazioni

“Uno” Lié Larousse & Premio Letterario Nazionale Bukowski

Premiazione Bukowski 2015  - Uno -

Cammino a passo svelto, vestito in borghese, stretto nelle spalle con il volto ritto sulla strada e le mani al sicuro nelle tasche dei jeans. Scosto il corpo di traverso avendo cura di non farmi toccare dai passanti che affollano la piazza alle prime ore della sera. Destra, seduta al bar la donna con il vestito celeste a fiori lascia il tavolino tondo scostando goffa la sedia incurante della presenza del cameriere col vassoio in precario equilibrio dietro le sue spalle facendolo ruzzolare a terra. Sinistra, la mano furba di un bambino trafuga svelta da vasi blu due traboccanti sbiadite arance accatastate in un’acerba piramide che crolla l’attimo dopo esser stata derubata del suo equilibrio. Davanti ai miei occhi le porte della chiesa di Santa Maria in Trastevere s’aprono maestose a far entrare la bara di un cristiano seguito da una manciata di parenti, cuscini di rose, gigli e condensa che sale dal nero sampietrino arso dal petrolio infiammato dal mangiafuoco teatrante. Le campane invitano i commensali d’ostia alla solenne messa. L’orologio sottostante il campanile picchetta le 18:00. Tutto è così come deve essere. Ogni atto combacia così come l’ho già osservato nella mia visione, e la prima goccia di pioggia acida cade sul mio labbro, e subito le nuvole rovesciano l’acquazzone sopra la mia testa mettendo in fuga le mamme con i passeggini che mi sfrecciano di fianco che quasi scivolo.
– Perfetto, bisbiglio. Freme sotto il mio naso il puzzo di panni stesi e d’umida carne di pesce espandendosi nello stretto vicolo che ho appena imboccato. Inspiro profondamente e il primo dei brividi mi percuote. Svolto l’angolo. Venditori ambulanti in balia del mal tempo coprono le loro chincaglierie con lenzuoli bianchi tristi in volto. Il papà con la camicia a quadri s’affretta a far rientrare la piccola figlia in casa, snoda un braccio di corda dal ramo dell’albero che sosteneva insù il sellino abbandonandolo al suo dondolio floscio e obliquo. L’odore dolciastro della corda bagnata insinua le mie narici e il secondo brivido mi contorce il petto. I due soldati in un via vai sul posto parlottano se rientrare o meno al coperto, loro di fronte, il pittore col cappello viola e il papillon turchese è seduto a dipingere su fogli rettangolari mentre la pioggia ne bagna gli angoli, incurante delle bizzarrie del tempo nel mese di luglio. La scalinata è alle sue spalle. Alzo di poco lo sguardo, leggo la scritta Trastevere Noir Festival sventolare su di un nastro di raso. Avanzo lento verso di lui. L’assenza di persone in coda sugli scalini e lungo le vie che sfociano nella piazza allargano lo spazio circostante, il nero dei sampietrini s’addensa, le fessure che ne delineano il perimetro si dilatano, acqua e terra si plasmano in una pellicola vischiosa e molle. Inspiro profondamente l’odore crudo delle pietre fradice. Tutto attorno m’appare oscura piuma di corvo, la mia vista è nera. Il brivido ora è un impulso costante d’elettricità. Tiro fuori una mano dalla tasca, afferro la ringhiera della scalinata per sorreggermi. Tiro fuori l’altra e con uno schiaffo mi premo l’indice e il medio contro la tempia. Il tormento mi soffoca, penetra nelle narici, scivola nella trachea, affoga nei polmoni. Chiudo gli occhi camminando nella mia visione. Inspiro profondamente odore di ruggine e ferro e bianco. Finalmente quel bianco e le luci dei lampioni in contrasto con il crepuscolo della sera illuminano i volti delle persone che ovunque parlano, sorridono, scendono dalla scalinata, in gruppi di cinque e di tre. Alcuni sono già amici, altri lo sono appena diventati. Solo lei è Uno. Solo lei è sola e già ai piedi della scalinata. E’ di spalle, la osservo. Eccola, la visione con la quale mi sono svegliato, che inseguo da tutto il giorno, che esamino e rileggo e incontro nella mia mente e di nuovo ora. Mi vedo sussurrarle – Oggi tu sei il mio Uno.

Questo è solo l’incipit del mio racconto “Uno”, pubblicato nell’Antologia Bukowski Inediti di ordinaria follia, e se il vostro desiderio è quello di continuare nella sua lettura allora potete farlo acquistandolo cartaceo o anche nella versione e-book al sito:
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Ringrazio col mio sorriso più sorrisevole e con tanto di cuore ora qui nella mia mano, in ordine non alfabetico, lo scrittore Gianluca Pavia per i consigli, le aggiunte, le correzioni, e l’infinitesimale pazienza con le colorate ansie scritturali della sottoscritta me Lié battezzata nelle acque marine toscane col sassodelfino e le conchiglie colore dei miei capelli; gli insegnanti- editor- Prof- e tanto altro ancora Enrico Valenzi e Paolo Restuccia che fin da quel fatidico dì che mi sono presentata alla loro Scuola di Scrittura Omero col mio Circo e le bestie feroci mi hanno tenuta con loro aiutandomi a gestire zanne e zampe tra la mancanza di senso, virgole e punti, e che sono pure nel racconto, Enrico e Paolo intendo, non il senso le virgole e i punti, e a tal proposito ci tengo ad enunciarvi che  “Uno” è nostro figlio! Ma voi lo sapevate già, perché concepito e nato durante il Festival del Noir nella pausa dei quindici minuti d’estro…; gli scrittori FedericaFioreFiorenza, Deepetta, Debby, Antonio ed Andy che fanno i vaghi in classe quando parlo e non si capisce nulla di ciò che dico ma loro mi sorridono comprensivi ed io sono tanto felice!

Grazie ai folli Bukowskiani e alla Giovane Holden Edizioni, soprattutto all’organizzatore Marco Pelagi,  al direttore editoriale Miranda Biondi e alla traduttrice letteraria ufficiale di Bukowski Simona Viciani Campani

E 24.372MILA GRAZIEEEE
A TUTTI VOI FOLLOWERS CHE SOSTENETE ME E QUESTO BLOG SQUINTERNATO
E AGLI OCCASIONALI CHE BUTTANO UN OCCHIO E STANNO UN POCO CON ME
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365 giorni, Libroarbitrio

“La pace regala ai mortali grandezza” Bacchilide

Pavone bianco

La pace regala ai mortali grandezza,
ricchezza e un dolce fiorire di canti.
Su altari preziosi la rossa fiamma
brucia agli dèi cosce di buoi
e di lanose pecore.
Son dediti i giovani ai giochi della palestra,
al flauto, alle feste in allegra compagnia.
Allora sulla ferrea impugnatura dello scudo
i ragni rossi tessono la tela,
sulla lancia appuntita e la spada affilata
vince la ruggine.
Tace la tromba di bronzo,
e il sonno dolcissimo
che al mattino intorpidisce la mente
non è più allontanato dalle ciglia.
Allegri banchetti riempono le strade,
ovunque s’intonano cori di fanciulli.

365 giorni, Libroarbitrio

“La sera della festa” Gibran

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Era scesa la notte e le tenebre inghiottivano la città, mentre le luci splendevano nei palazzi, nelle casupole e nei negozi. La folla, con indosso l’abito della festa, si accalcava per le strade, e sul volto della gente comparivano i segni della celebrazione e della contentezza.
Io preferivo evitare il clamore della moltitudine e camminavo da solo, meditando sull’Uomo la cui grandezza si stava onorando, e riflettevo sul Genio dei Secoli che nacque in povertà, visse in virtù e morì sulla croce.
Meditavo sulla torcia ardente accesa dallo Spirito Santo in quell’umile villaggio della Siria…Lo Spirito Santo che aleggia in tutte le epoche e che permea con la Sua Verità una civiltà dopo l’altra.
Quando giunsi ai giardini pubblici, mi misi a sedere su una semplice panchina e comincia a guardare tra gli alberi spogli, in direzione delle strade affollate; ascoltavo gli inni e i canti della festa.
Dopo un’ora di profonda meditazione, mi guardai a fianco e fui stupito di trovare un uomo seduto accanto a me, che con un rametto tracciava sul terreno delle figure indistinte. Trasalii perché non lo avevo visto né udito avvicinarsi, ma mi dissi “E’ solo come me”. E dopo averlo ben osservato, mi accorsi che, malgrado gli abiti antiquati e i capelli lunghi, si trattava di un uomo di una certa dignità, meritevole d’attenzione. Parve percepire i miei pensieri, perché mi disse, con voce profonda e calma: – Buona sera, figlio mio-.
– Buona sera a te-, risposi con rispetto.
Ed egli riprese a disegnare mentre il suono stranamente rasserenante della sua voce continuava a riecheggiarmi nelle orecchie. Gli rivolsi nuovamente la parola, dicendo – Sei forestiero in questa città?-.
– Sì, sono forestiero in questa città come in qualsiasi altra-, replicò. Per confortarlo aggiunsi: – Durante questi giorni di festa, un forestiero dovrebbe riuscire a dimenticare di essere un estraneo, perché la gente si dimostra gentile e generosa-. Egli replicò stancamente: – Sono ancor più forestiero in questi giorni che in qualsiasi altro-. Detto questo, volse lo sguardo al cielo limpido; i suoi occhi esplorarono le stelle e le sue labbra ebbero un fremito, quasi avesse rinvenuto nel firmamento l’immagine di un paese lontano.

Gibran

Per arrivare a te
non c’è altra via che il volo d’angeli
per arrivare a te
non c’è altra via che nuotare  nei grani di salsedine
L.L.

365 giorni, Libroarbitrio

Freud e “il complesso di Edipo”

Roma 28 settembre 2013

Che cosa determina la psicologia degli esseri umani?

Il complesso di Edipo

Nel complesso di Edipo, di certo la più popolare fra le dottrine psicoanalitiche, Freud sintetizza la sua rivoluzionaria visione dell’infanzia.

Il bambino non è quell’essere puro e asessuato descritto dalla tradizione; se pur del tutto inconsciamente anche il fanciullo, come l’adulto, è dominato dall’istinto sessuale. 

Anzi, più precisamente, il bambino vive una sessualità “perversa”, ossia egocentrica, fissata negli oggetti d’amore e totalmente “desiderante”, ossia indifferente al principio di realtà.

L’oggetto dell’amore infantile  è in particolare la madre, l’oggetto della sua gelosia il padre, il cui posto egli vorrebbe occupare.

Freud scorse nell’antica tragedia di Edipo un mito fortemente rivelatore dei meccanismi dell’inconscio: nella storia di Edipo, che sposa senza saperlo la madre dopo aver ucciso il padre, anche in questo caso senza piena consapevolezza del proprio atto, è contenuta una fantasia inconscia attraverso cui ogni bambino è destinato a passare.

Dice Freud:

“Come Edipo, viviamo inconsapevoli dei desideri, offensivi per la morale, che ci sono stati imposti dalla natura, e dopo la loro rivelazione noi tutti vorremmo distogliere lo sguardo dalle scene della nostra infanzia”.

A domani

LL

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Giosue Carducci: l’Anafora

Roma 26 giugno 2013

Carducci studiò e si laureò in lettere a Pisa, sviluppando la sua formazione umanistica e un’avversione antiromantica nei confronti di Manzoni. Sul piano politico, dopo gli entusiasmi rivoluzionari della gioventù, aderì al progetto monarchico-costituzionale del nuovo Stato Italiano. Nel panorama letterario del secondo Ottocento, Carducci fu isolato cantore dei valori ideali ed estetici della classicità. Nel 1907 ottenne il premio Nobel per la letteratura. L’uso dell’Anafora nelle poesie del Carducci è molto ricorrente, di seguito nella poesia Nevicata il poeta, ai versi 3 e 4, con la ripetizione della negazione “non”, insiste sulla sensazione del silenzio nella città sotto la neve.

Nevicata

Lenta fiocca la neve pe ‘l cielo cinereo: gridi,

suoni di vita più non salgono da la città,

non d’erbaiola il grido o corrente rumore di carro,

non d’amor la canzone ilare e di gioventù.

Da la torre di piazza roche per l’aere le ore

gemon, come sospir d’un mondo lungi dal dì.

Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati; gli amici

spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.

In breve, o cari, in breve – tu calmati, indomito cuore –

giù al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò.

 

In un’altra sua poesia molto famosa, Pianto antico, le due martellanti anafore dell’ultima strofa esprimono la tragica consapevolezza della morte del figlio:

sei nella terra fredda,

sei nella terra negra;

né il sol più ti rallegra

né ti risveglia amor.

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Robert Burns: “il valzer delle candele”

Roma 27 maggio 2013

Robert Burns nasce nel 1759 in Scozia.

Primo di sette fratelli, figlio di contadini, riceve un’ottima educazione scolastica dal padre, da un maestro assunto privatamente e dalla nutritrice che come egli stesso scrive in una sua lettera:” Betty Davidson è colei che lo aiuterà a coltivare i semi latenti della Poesia”, affascinato da Ella che  possedeva la più vasta collezione in tutto il paese di storie e canzoni sulle creature soprannaturali della tradizione popolare scozzese.

Robert inizia a scrivere a quindici anni nonostante le fatiche che lui e la sua famiglia attraversano dovendo lottare contro la povertà e la stanchezza del lavoro nei campi.

La lettura delle opere di Robert Fergusson e di Allan Ramsay protagonisti della rinascita dello Scots come lingua poetica, ispirano Robert a comporre versi su personaggi ed episodi della vita agreste nella lingua e nelle forme tradizionali scozzesi.

In questo stesso periodo inizierà a soffrire di endocardite reumatica,  malattia che lo porterà  alla morte.

Avrà una vita sentimentale molto travagliata e sarà padre di dodici figli da cinque donne diverse.

Intorno al 1786 emigra in Giamaica dove lavorerà come bibliotecario presso la piantagione di un compatriota. Vedrà pubblicare nello stesso anno le sue poesie, il suo primo volume col titolo Poems, chiefly in the Scottish dialect,  al costo di tre scellini.

L’enorme inaspettato successo che vede esaurire nel giro di un mese la prima edizione, lo porta ad Edimburgo per curare la seconda edizione del volume.

Accolto con entusiasmo nei circoli culturali troverà  le forze economiche per viaggiare e tornare nella sua Scozia  dove produrrà una raccolta scritta di canti tradizionali dei luoghi visitati durante i suoi viaggi.

Con l’incisore James Johnson intraprende una straordinaria avventura, creando e pubblicando una raccolta di canzoni scozzesi. Il progetto prevede due volumi, che poi diventeranno sei, per questo lavoro Burns non vuole alcun compenso. diverrà un vero e proprio capolavoro, un opera di enorme importanza perché recupera l’eredità  culturale scozzese, compromessa dopo la Riforma protestante, che aveva scoraggiato la musica secolare.

I testi di Burns sono giunti  fino a noi, basti pensare alla canzone “Il valzer delle candele” famosa in tutto il mondo.

Robert Burns muore nel 1796. La Scozia ne celebra ogni anno il compleanno, il 25 gennaio, festeggiando con i cibi e le bevande cantati dal Bardo scozzese, degustando il  piatto tipico haggis: interiora di pecore e spezie cotte nello stomaco dell’animale  e whisky.

Buon viaggio a tutti!

A domani

LL