365 giorni, Libroarbitrio

La comicità dialettale nella poesia II parte

Roma 20 aprile 2013

“Io canto quanto belle, e vertolose

so’ le Vaiasse de chesta cetate;

e quanto iocarelle, e broccolose

massema quanno sogno ‘nnamorate…

Ma non faccio li vierze ‘ntoscanese

azzò mme ‘ntenna onnuno a sto paiese.”

La Vaiasseida, come abbiamo già letto nei post precedenti, racconta le vicende e i costumi delle donne di servizio napoletane, parla dei loro amori, dei loro congressi e delle loro rivolte contro i padroni.

Il matrimonio di Renza, i consigli delle comari, la nascita di una bambina, intrighi di fattucchiere, tutto si riaggiusta in una gran mangiata al Cerriglio per il propizio intervento di Micco Passaro.

La misura del modello letterario e la presenza del ritmo italiano impediscono in queste prove in ottava rima nella forma del poema quella più sicura possibilità di distinzione che la prosa può offrire agli scrittori italiani.

In questo processo di riduzione dell’eroico e insieme risoluzione e integrazione del popolaresco nella cultura e negli schemi della poesia e della società neo-feudale sino agli estremi del Seicento.

A domani

LL

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