365 giorni, Libroarbitrio

coltivatori di muri

farfallina
covano malvagità
d’essere individui
crudeli e
cattivi
coltivatori di muri
che t’innalzano attorno
cingendoti di fulminee loro
feroci demenze
che nemmeno te ne accorgi,
nemmeno te ne accorgi
che c’è un fondo
dove non sanno mettere fine al terrore
mentre sprofondi
e non c’è
un apice
dove riemergere seppur
vivo non incolume
e si soffoca,
lentamente,
soffochi

L.L.

365 giorni, Libroarbitrio

“della piccola utopia” Jorie Graham

disegno ponyo e suske

guardo pesciolini,
migliaia,
sciamare,
ognuno un minuscolo muscolo,
ma anche, senza poter creare corrente,
fare del loro unisono (girando,
ripiegandosi,
entrando e uscendo dal loro unisono all’unisono)
fare di se stessi una corrente visiva,
che non può trasportare o smuovere d’un
attimo la spirale dell’acqua che scende e che sale,
la scia delle barche che ciclica infine ribatte sulla banchina,
là dove incontrar la resistenza più profonda,
acqua che sembra squarciarsi
(ha questi strati), una corrente vera benché per lo più
invisibile che manda nel visibile (pesciolini) uno sfrecciare
veloce che impone il cambiamento –
è questa la libertà. Questa è la forza della fede.
Nessuno ottiene ciò che vuole.
Non sarà mai più lo stesso.
Il desiderio è essere puro.
Quel che ottiene è sempre mutato. Sempre più
ogni minuto iridescente, da cui permea l’infinito,
e la dismemoria, certo, il riverbero di qualcosa
alla deriva. Qui, mani piene di sabbia,
che faccio filtrare nel vento, guardo giù e dico
prendi questo, questo ho salvato di me,
prendilo, svelto! E se ascolto
ora? Ascolta, non ho detto nulla. Era solo
qualcosa che ho fatto.
Non potevo scegliere le parole.
Sono libera d’andare.
Non posso certo tornare indietro.
Non a questo.
Mai.
E’ un fantasma posato sulle mie labbra.
Qui: mai.

365 giorni, Libroarbitrio

“Impermeabile ed indelebile ’15” L.L.

Natalia Drepina superthumb

Pur oggi
per quanto io voglia regalarti rabbia
ho impiastricciato le mie mani
per donarti la più buona delle torte
così che il tuo altezzoso cuore possa
per il tempo di un morso addolcirsi
e far apparire un incredulo sorriso
sul tuo volto costantemente oscuro.
So che il mio amarti
t’è impermeabile
come questo lunedì
che presto scivolerà nella sera
e sarà buio
e subito notte
e già domani.
So che il tuo amarmi
m’è indelebile
ricercarlo nel ricordo
che è lo scorso di lunedì
martedì l’altro
il mercoledì prima
giovedì venerdì sabato di musiche psichedeliche sparate acide nel cervello e tu a guardarmi da sotto
e la domenica senza Signore e poi di nuovo lunedì come questo da rivivere
in un passato che mi catapulta in questo presente che non so vivere
perché non lo conosco
perché non so neanche come i miei piedi mi ci abbiano portata fin qui
in questa casa
in questa vita
con questi capelli e occhi
tuttavia il ricordo
torta
candeline
un nebuloso sorriso
che resterà in questo mio mondo
chiunque io sia pur provando a non essere
chiunque io faccia finta di essere
chiunque io voglia essere
e alla fine di questa maledetta corsa incappare in una me identica a te
con la stessa rabbia nel cuore
la stessa ferocia nelle mani applaudenti
e tu resterai sempre tu
ne sono certa
pur oggi
che desidero plasmarmi diversa da te
e invece sono tua copia imperfetta
con la più illusoria dell’idea di cosa sia l’amore
e allora dirò incessantemente sì
sì ancora
alle mia speranza
pur oggi
più vana di ieri.

Auguri Padre.

L.L.

365 giorni, Libroarbitrio

Il Mostro Allegro delle feste …

-Signor Grinch le porto l’invito per fare il Mostro Allegro delle feste…lo so che lei odia il Natale, ma se fosse tutto un malinteso? Insomma anch’io ho dei dubbi sullo spirito natalizio…

VI AUGURO A TUTTI BUON NATALE!

Lié

365 giorni, Libroarbitrio

“Er Natale de un Babbo” scritto da Lollo & illustrato da Enrico Riposati

 

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Er ventiquattro, ‘na città piena de luci

tratteneva er fiato aspettanno er redentore,

regazzini a festa pieni de gioia e de fervore

pe’ na serata de magnate e piatti truci.

 

Se svejò de botto in un brutto vicoletto,

n’occhio nero er sangue sur petto,

no strano alone sur cavallo dei carzoni

pure ‘n sorcio lo guardava da ‘n cantone

co’ n’aria schifata, de disapprovazione…

 

Arzasse ‘n piedi fu un tripudio de dolori,

finta barba de lato e beretto rosso rincarcato,

e strambi ricordi: de fumo e bicchierate de liquori,

nun je riccontavano dove diavolo era stato,

solo i carci ricordava, de’ n’infame buttafori.
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Se fece forza butannose pe’ strada,

a vedè l’ora fra poco doveva riattacare,

arrivò davanti ar centro commerciale

pieno de festoni e famije alla sfilata:

 

er principale l’aspettava lì all’entrata,

quanno lo vide co’ n’arai assai schifata

je fece “Fatte ‘na doccia e cambiete er costume,

che puzzi e fai schifo sei pieno de lordume!”
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S’aritrovò da Babbo Natale arivestito,

su un trono, circondato da balocchi

na torma urlante in fila de marmocchi

e un mar de cranio a dir poco inferocito.

 

E mentre li regazzini accontentava

pensava alla paga della sera,

mezza fella per quer tipo de cariera:

l’unica cosa che su quer trono l’incollava

 

Era solo, senza nisuno: peggio de ‘n cane

ad aspettallo nessun cardo focolare,

solo du’ cartoni in croce e un freddo vento

a ricordaje ‘na bastarda vita in fallimento.

 

Così staccanno chiamò sora Carmela,

trent’anno d’onorata professione:

Posso venì? C’ho sordi e abnegazione!”

Je disse senza ombra de cautela.
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Carmela, la sera de Natale era da sola

arispose: “Vieni pure raggiugime ora!”

E s’incontrorno du anime rejette e sole

e fecero l’amore in silenzio, senza parole

come solo du pazzi disperati sanno fare,

che danno e prendono senza manco ringraziare

 

Babbo cadde poi addormentato,

dall’arcol, dalle botte e da troppo amore frastornato

russava come ‘n treno alla stazione,

solo je mancava lo sbruffo de vapore…

 

Carmela invece arimase aggrapata a quella panza,

come ‘na naufraga sur legno, in cerca de speranza,

che la solitudine è ‘na bestia brutta, de più a Natale

anche un po’ d’amore inaspettato può bastare.

 

Stette immobile quasi senza respirare,

speranno de dilatà quer momento all’infinito,

e in quer silenzio interiore, ancestrale,

 

se godeva l’attimo de pace conquistato

sapenno che quell’istante così ambito,

nun sarebbe più de tanto mai durato.

 

La vigilia der Natale era finita

na città stanca dai bagordi s’era assopita,

la luna irradiava un ber lucore,

e io nun ve so dì, se in quella sera tanto ambita,

ce sia stata più gioia….o più dolore.

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