365 giorni, Libroarbitrio

Paradiso – Er Pinto

 

Bosch-Giardino della delizia

Quanto è lontano da qui il paradiso?
Sembra vicino, lo sembra alle volte
Quando spiragli ci sfiorano il viso
Nei smarrimenti di notti sconvolte

Forse la vita è soltanto una scala
Ed ogni giorno soltanto un gradino
Verso qualcosa che infine regala
La pace ed il senso del mero destino

Son contenitori di sogni e energie
I nostri corpi, che ne misurano il viaggio
Per accettarlo scrivo poesie
Le mie fantasie mi rendono omaggio

Non c’è nessun Dio che ci dà la forza
Niente è infinito così è la natura
Che così bella ci incanta e si sforza
Di farci coraggio se abbiamo paura

La sensazione di essere vivo
Che provi se guardi un cielo stellato
È il vero segnale, il gesto incisivo
Che il dono prezioso è l’essere nato

Salgo le scale sudandone il prezzo
Non c’è l’inferno, non c’è il paradiso
Ogni scalino che salgo la apprezzo
La vita ti ha dato, la stessa ti ha ucciso

Se fosse freddo come d’inverno
L’inferno che invece pensiamo di fuoco
Se fosse vivere e pensare in eterno
Il vero finale, la beffa del gioco

Se fosse calda come l’estate
La lacrima che ti solletica il viso
Se fosse l’occhio nelle passeggiate
La porta segreta che è già il paradiso

Er Pinto

Opera pittorica
Il giardino delle delizie
di Hieronymus Bosch

Annunci
365 giorni, Libroarbitrio

BLACKOUT romanzo di GIANLUCA PAVIA – edito da NED Edizioni

Promo BLACKOUT fb NED EDIZIONI

Forse era lui
che viveva al di fuori di quel mondo estraneo.
Ma se lui era il tossico alienato,
neanche quei pirati cibernetici alla banda larga calata sugli occhi
e dai modem gentili sembravano passarsela proprio bene,
impigliati come erano
in una rete senza fili d’invisibili comunità virtuali.
E invisibili l’un l’altro nelle comunità reali in cui vivevano.

IL LIBRO: Blackout è la storia di Nick, trentenne con un lavoro precario e una stupefacente inclinazione agli stupefacenti. Un ragazzo di periferia come tanti altri, se non fosse per un piccolo problema: i suoi cronici black-out, delle crisi estemporanee di memoria che lo colgono in qualsiasi momento lasciandolo senza alcuna consapevolezza di sé. Per fortuna, ha una piastrina al collo con su inciso il suo nome; per sfortuna, ha una vocina nella testa, che continua a ripetergli che quello non è il suo nome, lui non è lui. Aggiungendo a questo non trascurabile problema, il sogno di scappare in Messico e delle amicizie pericolose e pericolanti, nella vita del ragazzo s’innesca una reazione a catena di sfighe cosmiche e semiautomatiche, che lo trascinerà in un vortice di festini, capiufficio in uniformi da SS, guru del nuovo millennio, pusher, travestiti istericamente incinte e sbirri dalla dubbia sessualità, una caduta libera che schianterà il muso di Nick, sempre che Nick sia il suo vero nome, contro il suo peggiore nemico: se stesso.

L’AUTORE: Gianluca Pavia è autore di romanzi, racconti e poesie.
Vincitore del Premio “Racconti nella Rete” 2016, del Premio “Festival delle Due Rocche” di Dacia Maraini, e di altri importanti titoli. Collabora con riviste letterarie, musicisti, registi e pittori. Conosciuto nell’ambiente artistico-letterario, insieme all’autrice Lié Larousse, con il progetto DuediRipicca, con cui nel 2016 pubblica la raccolta di racconti, scritta a quattro mani,Poker D’incubi (Alterego Edizioni). Nel 2017 esce la silloge Spietate Speranze (Miraggi Edizioni).
Black Out (NED Edizioni) è il suo romanzo d’esordio.

Media Partner URBAN MIRRORS
Web Supporter http://www.libroarbitrio.com
DuediRipicca 

 

365 giorni, Libroarbitrio

“Domenica de derby” di Lollo

calciatori-guttuso

Davanti ‘no specchio: sguardo cattivo,

e muscolo scorpito: mejo de’n divo

corpo tatuato senza arcuna eleganza,

riccontavano la storia della sua militanza.

e ‘n testa la scena de Robert De Niro:

You Talking To Me?, Maledetto bastardo?

te levo dar monno te torgo er respiro!”

sera de derby e de botte: senza riguardo.

De fronte lo stadio coi fratelli tifosi,

torvi come li corvi, brutti e astiosi,

canne rollate e bira a secchiate

sputi pe’ tera e spranghe ‘mbertate.

E drento lo stadio la squadra tifava

co’ n’unica voce er coro s’arzava,

e mentre a quer flusso se univa ‘nvasato

se sentiva più vivo se sentiva rinato!

Armeno quer giorno era lui er cattivo,

e nun penzava più alla sua vita spezzata,

alla moje arcolista e alla fija malata,

ar lavoro perso senza ‘n vero motivo,

alla fine der mese sempre rosso sparato,

allo strozzino cor quale s’era già ‘ndebitato:

c’erano solo la squadra er coro ancestrale

e de fronte l’opposta fazione: er vero rivale.

Ma odio e rabbia so come foco cor vento:

fu un rigore avversario a decretare er momento

ce fu granne silenzio dopo quer goal rigalato:

tutto lo stadio guardava, trannenennose er fiato.

Ma fu solo un seconno de energia trattenuta,

poi er boato avversario esplose esartato,

er tifoso, ‘n mezzo ai fratelli, urlava ‘ncazzato:

Maledetti bastardi ‘sta partita è vennuta!”

E da perdente se trasformò in condottiero,

indicò gli avversari che urlavano ‘nsurti

caricò come si fosse n’antico gueriero

dietro de lui i fratelli tifosi, tra grida e sussurti.

e se ‘ncotrorno ‘n mezzo li sparti, in un botto:

le opposte fazioni co li vorti de odio distorti,

carci, pugnii e testate: quarche naso fu rotto

e poi spuntaron cortelli: a sfidare le sorti.

Ar tifoso nell’occhio, ‘n velo roscio era sceso

sbuffava, lottava e quarche grugno spaccava

senza più squadre, senza più santi menava

e stava da iddio: bene come mai s’era ‘nteso.

Fu ‘na sensazione de gelo a spezzà quell’incanto

n dolore sordo e ‘mprovviso, mai prima sentito

se mise le mano sur ventre restanno basito

le vide de rosso macchiate, cristo iddio santo.

S’aritrovò ‘n gionocchio: sguardo de dolore velato,

n mezzo a ‘na battajia che già lo aveva scordato

bocca spalancata, un grido perso in quer fragore

cadde de fianco, artijo proteso verso er Creatore.

E cominciò piano a fluttuare verso l’arto,

vedennose steso ‘n posizzione fetale

e er sangue suo che scoreva sullo sparto

je sembrava come ‘n cordone ombelicale

che lo aveva nutrito de odio e frustazione

rendenno er tifo pe’ ‘na squadra religgione,

ebbe appena er tempo pe’ rammaricasse,

d’avè buttato la vita pe’ quei fottui fuoriclasse.

E continuava a salire verso l’arto, leggero,

insino a che l’ommini diventorno sassolini

li vedeva movese, scontrasse: come boccini

e nun ne capiva più er senso in su ner cielo.

E salendo ner buio frale stelle, ammirato se sorprese:

dallo spazio se spizzava i continenti, er blu der mare

se sentiva leggero in questo suo trasumanare

cor penziero se congedò dalla famiglia e infin s’arese.

S’aritrovò ner voto dello spazio siderale,

er terore fu l’urtimo umano sentimento,

nun c’era nulla: manco er nulla ad aiutare

e poi divenne solo ‘na scintilla ‘n movimento.