365 giorni, Libroarbitrio

Loop infame – Lindze

 

lucifero-roberto-ferri

Ieri notte ho visto una
solitaria stella cadente
finire la sua
discesa nella gloria
di un cielo notturno
ho espresso
il mio desiderio
con un ghigno sghembo
e infame sul volto

di non voler vedere
soddisfatti i sogni
delle altre persone che
come me
in quella notte
di vento e di veglia
l’avessero scorta
nella sua meravigliosa
parabola

poi mi sono seduto
a fumare,
aspettando
la fine del mondo.

365 giorni, Libroarbitrio

Il tempo bambino – Simona Baldelli

Warwick Goble water babies

“In camera ho trovato questo.” Gli mostrò un pupazzo di stoffa, dal quale pendevano tristemente  i fili di alcune cucitrice slabbrate. “E’ tuo?” gli chiese.
Era l’orsacchiotto che gli aveva dato la bambina nel parco. “No” le risposte.
“E’ di quell’altra?”
“Nemmeno.”
Lei lasciò cadere a terra il pupazzo.  “Ti piacciono le bambine, vero?”
La domanda era semplice e diretta. Fece un passo in dietro. “Mi piaci tu, Regina.”
“Io pensavo di essere l’unica.” La voce di lei era piena di profonda tristezza.
“Ma tu sei unica te lo giuro.”
Sollevò una mano. “Non fa niente, tanto lo so che non è così” e prese a girare per la stanza.
La piccola figura si confuse fra le ombre dei mobili dello studio . L’unica cosa che riusciva a distinguere era la macchia scura dei capelli. Aveva ragione lei, era davvero minuta per la sua età . Vista di spalle gli ricordava moltissimo la bambina della pubblicità , scesa finalmente dallo schermo e giunta in quella stanza, alla ricerca della carta igienica soffice. Oppure avrebbe potuto essere la strabica, o la bambina del parco che gli aveva regalato l’orsacchiotto. Cercò nella penombra la sagoma del pupazzo. Era rimasto accanto lo stipite, lo lambiva una lingua di luce che si insinuava da sotto la porta. Aveva la pancina all’aria, ed i fili penzolanti erano una ragnatela che lo imprigionava al suolo. Sembrava chiedergli di essere salvato. Era lo stesso gioco che faceva da piccolo. Adagiava il fantoccio a terra, fingeva di legarlo con lo spago che penzolava dalle cuciture e poi si accucciava sul letto. Aspettava ore intere che qualcuno venisse a liberarlo o a portare via il prigioniero, come aveva letto in un libro che c’era un uomo che viaggiava attraverso il mondo diventando di volta in volta grande come un gigante o più minuscolo di un bambino.
Ma né grandi né piccoli venivano a soccorrerlo.

 

365 giorni, Libroarbitrio

Lié Larousse e il Guerriero Poeta

L.L.

Lié Larousse nasce in un circo itinerante tra stoffe di taffetà ruvida seta in baco e carta straccia. Non sa che giorno fosse né l’anno né la direzione che prese il treno, forse spinto sulle rotaie dal canto stridulo di ogni palpitante sterzata o forse dalle urla del parto di un’ipotetica madre immaginata sotto ogni forma. Quel che è certo, è che, quell’ammasso di ferro legna e carne in transito era vivo, colmo di saltimbanchi, clown, bestie, lustrini e paillette.

– Lié faceva caldo, quello, si me lo ricordo, ma fuori di qui cara, un freddo, quello anche mi ricordo, e poi non insistere con me, chiedi a Mr Freak ti saprà dire di più – .
Mr Freak, bellissimo, alto l’inimmaginabile irremovibile dal suo sgabello con la fisarmonica in grembo e l’armonica alla bocca, appena la vedeva sbucare dal nulla la spostava di lato col bastone argenteo imperando -Fsthgrfth!- .

Lié continuò a chiedere.

Chiese a tutti, ai giocolieri con le clave, a Sir Amour il clown così tanto triste d’esser meravigliosamente felice,  al mangia fuoco Evviva con la tutina gialla aderente e le polpette puzzose di petrolio, alla signorina Edena la donna più bella dell’universo con tre capezzoli, ai due antichi teatranti Ostilis, a Cano lo straordinario pianofortista quadrupede, al triste Robért col trucco sempre al contrario e il diario nascosto che solo lei sapeva dove trovare.
Nulla.
Nebbia .
Ombre.
Ogni risposta una chiusura di porte senza maniglie.
Inerme ad ogni ingresso riappariva lui, bellissimo, ad attenderla sempre, l’incomprensibile Mr Freak.

Ma si narra che fu all’imbrunire di un tempo senz’etere, che un uomo, con la mascella serrata e gli occhi di sangue, vestito di cicatrici d’acciaio salì sulla carrozza 17 di quel malridotto treno. Stese una coltre di cellulosa ricoprendo l’intera cabina che iniziò a riempirsi d’acqua di mare e le sue mani elettrizzate dalle correnti vorticarono una tempesta di dipinte parole e pesci mille colori nuotavano balzando di vagone in vagone e sabbia dorata ondeggiava nella forma dei desideri e zampilli d’acqua cristallina si infrangevano contro lamiere e corpi componendo musica di tutte le note. Gli abitanti del treno si precipitarono ad ammirare la magia, e tra chi applaudiva entusiasmato e chi vociferava pettegolezzi la voce dell’incomprensibile Mr Freak, bellissimo, alto l’immaginabile irremovibile dal suo sgabello con la fisarmonica in grembo e l’armonica alla bocca, mise tutto a tacere imperando:
– Lié, lui è il Guerriero Poeta. Tuo Fratello! –

Così oggi, ad un età inconsapevole, con i capelli spagliati di un colore incolore, vi presento storie di genti del mondo, com’erano e in astratte forme come saranno, qui, dietro le quinte di questo palcoscenico fluttuante leggerete l’idillio della vita degli esseri quali siamo dove conduce. Col mio unico ricordo. Vero. Solo mio. Che d’improvviso di giorno o in sogno m’appare, col profumo caldo di neve silenziosa e sale marino.

Lulù

Come è nel vostro verbo
sarò acqua
liscia e trasparente
 fluirò via
mescolerò cammini

e gradino 
dopo gradino
scoprirò chi sono
creando già da ora
il mio oggidomani
grazie 
Guerriero Poeta.
Lié

365 giorni, Libroarbitrio

“Il Manyoshu” Shotoku Taishi

Il poeta come un viandante, olio su tela di Gustave Moreau 1826-1898

Se fosse a casa
fra le braccia di chi ama
riposerebbe, povero viandante.
Qui, lungo la strada, giace sfinito
sopra un letto d’erba.

Al periodo Nara della storia giapponese, 710 – 794 d.C. , appartiene la più bella raccolta di poesie giapponesi antiche,  il Manyoshu. Si tratta di 4.496 poesie e canti popolari, il loro tema fondamentale è il “makoto”, cioè la semplicità, la schiettezza e sincerità di espressione. In Giappone, in quell’epoca, la poesia divenne il mezzo usato quotidianamente per comunicare i pensieri, i sentimenti e i desideri, anche più semplici e comuni!.