365 giorni, Libroarbitrio

ALCHIMISTA – Gianluca Pavia

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Brindando
con sale e limone
hai mutato la resilienza
in necessità,
nessuna virtù, solo peccati
filosofali
nelle mani di un alchimista
che si nutre di fame.
Siamo materia che produce energia,
l’ombra allungata
sotto la croce
e giochiamo alla vita
con shock addizionali
come boss
di fine livello.
Ci viene dato solo
ciò che sopportiamo,
lasciamo indietro solo
ciò che non portiamo
con noi
al cambio di treno
sui binari concentrici
dell’eterna ciclicità.

Gianluca Pavia
DuediRipicca

Diego Rivera – Man at the crossroads

 

 

365 giorni, Libroarbitrio

Bertoldo e Bertoldino

Roma 29 marzo 2013

La vicenda  de Le sottilissime astuzie di Bertoldo è ambientata alla corte di Verona, durante il regno dei Longobardi. Qui giunge il villano Bertoldo, “uomo difforme e di bruttissimo aspetto”, che grazie alla sua innata astuzia comincia a farsi ben volere dal re Alboino. Le proverbiali battute tra il sovrano e il contadino, inframmezzate da numerosi episodi comici, scandiscono il confronto tra due realtà tanto lontane: il mondo contadino, carico di saggezza pratica e arguta, e il mondo di corte, ambiguo e ipocrita. La fine del bifolco, ormai diventato consigliere del re, rappresenta l’irrimediabile separazione di queste due realtà inconciliabili. Costretto a una vita di lussi, Bertoldo muorein modo emblematico, “con aspri duoli per non poter mangiare rape e fagiuoli”.

Al Bertoldo segue, nel 1608, Le piacevoli e ridicolose semplicità di Bertoldino. Nel Bertoldino, alla saggezza paterna succede la semplicità ingenua del figlio, che riuscirà in ogni modo a farsi amare dal re  come buffone di corte. La buffoneria diventa matrice comune di saggezza e follia.

Le due opere scritte da Giulio Cesare Croce hanno un linguaggio che mescola l’emiliano colto con quello volgare, pertanto, si presentano ad una lettura che sconfina, in chiave comico-fisiologica, nel terreno della ” belle matière fecale”, come sostiene Rabelais, maestro indiscusso del riso liberatorio.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

La novella seicentesca, l’inizio della tipografia editore.

Roma 27 marzo 2013

La novella del Seicento non continua l’eredità dell’impostazione boccaccesca che fino al Cinquecento si era conservata: tentativi di ripeterla o di rinnovarla falliscono mentre invece si afferma come significativa la tendenza a portare questo genere alla misura della conversazione come esempio, aneddoto ed epigramma.

La Toscana, assente nel romanzo, è invece qui presente nel gusto dei morti, delle facezie, del gioco linguistico. Alcuni scrittori hanno voluto rintracciare nei racconti brevi sparsi in opere di letteratura artistica o in commenti eruditi o in lettere o in discorsi accademici quei valori letterari che scarseggiano  nella novellistica vera e propria. Nondimeno questi racconti, anche se talvolta felici, sono parte integrante  dei testi nei quali appaiono e non costituiscono una consapevole e autonoma scelta stilistica.

Il dialetto in questo periodo non è uno strumento di conoscenza o avvicinamento alle classe popolari, ma anch’esso una forma di compiacimento, di singolarità o di esasperazione letteraria. Per questo si è arrivati a definire questo percorso “narrativa popolareggiante” piuttosto che narrativa dialettale.

I maggior esponenti di questo periodo storico letterario identificativo nella novella seicentesca o narrativa popolareggiante sono Giulio Cesare Croce e Basile. Quest’ultimo crea nelle sue novelle un mondo di fantasia spesso più letteraria che artistica e più popolareggiante che non popolare. Mancheranno dunque nel Seicento, come ho appena detto, i grandi ed importanti contenuti di novelle nelle quali lo scrittore  si esprime o si cerca.

In questo secolo e in questo contesto letterario si afferma un primo tentativo di organizzazione culturale e, in qualche modo, industriale, pertanto fiorisce il mestiere del tipografo editore. Così i tipografi editori di Venezia con l'”onorato mestiere”  fanno convergere  libri nelle loro botteghe  per diffondere le  opere di tutta l’Italia e non solo, spesso anche straniere. La tipica silloge di novelle del Seicento non porta perciò il nome di un autore solo, ma è piuttosto un complesso di cento novelle e di quarantasei diversi autori di ogni parte d’Italia:
Le novelle amorose dei signori accademici Incogniti. Venezia, eredi del Sarzina, 1641. Con questa raccolta nascono le prime antologie italiane.

A domani

LL