365 giorni, Libroarbitrio

L’inconsapevole attrattiva della repulsione – Gianluca Pavia

Marv 2

L’inconsapevole attrattiva della repulsione
che hanno i sudici e brutti,
quelli con cui non passeresti una serata,
quelli che fanno serata
divorando la notte,
scolandosi la vita.

Viva i noti alcolisti,
i soliti sospetti
di chimica evasione,
i luridi
e chi si macchia
di ogni peccato,
chi bara, chi ruba, chi tira
e chi tira a campare.

Beato chi non scaglia la prima
pietra,
chi coglie la mela
troppo vicino al sole,
chi non dice mai “sissignore”
né “no” alle signore,
chi si sporca le mani,
la coscienza, la fedina,
chi si sbatte e chi batte.

L’inopinabile fascino del degrado,
del reato reiterato,
delle sveltine nei cessi
dei giocattoli rotti
delle discariche umane.

L’inebriante profumo dei vinti
dell’asfalto bollente
dei vicoli bui,
della vita spremuta
fino all’ultima goccia
fino a far traboccare
il bicchiere mezzo vuoto,
e poco importa se cadrà
a terra, in mille frantumi,
continueremo a ballare
a piedi nudi tra le schegge,
a mani vuote tra la gente.

365 giorni, Libroarbitrio

“La confessione di un figlio del secolo” Alfred de Musset

1800

Capitolo Primo

PER SCRIVERE la storia della propria vita, occorre prima aver vissuto; non è pertanto la mia storia ch’io scrivo.
Colpito, ancor giovane, da un’abominevole malattia morale,  narro ciò che m’è accaduto nel giro di tre anni. Se fossi malato solo io, non ne direi una parola; ma poiché ve ne sono molti altri che soffrono dello stesso male, scrivo per quelli, senza curarmi di sapere se baderanno a me: ché, nel caso in cui nessuno se ne occupasse, avrò pur sempre tratto dalle mie parole il frutto di aver guarito me stesso; e, come la lepre presa al laccio, avrò roso la zampa imprigionata.

Solo è vero
che quei turbini sono attraversati,
da che mondo è mondo,
da sette personaggi sempre i medesimi:
il primo si chiama speranza,
il secondo coscienza,
il terzo opinione, 
il quarto desiderio,
il quinto tristezza,
il sesto orgoglio,
il settimo si chiama uomo.

Pertanto prendete il tempo come viene
e il vento come soffia.

365 giorni, Libroarbitrio

“Amleto” William Shakespeare

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“Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte.
Morire, dormire, sognare forse: ma qui é l’ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.
Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell’uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale?                                                         Amleto- William Shakespeare

Vivere o non vivere questo è il dilemma mio!
Il bramar che m’attanaglia…

365 giorni, Libroarbitrio

“L’illusione” Federico De Roberto

Perché tu manchi sempre in questo sempre fatto d’attimi manchi di più mentre sentirti presente è subito ora adesso profumo di ricordo inventando giorni mai vissuti  sussurrando all’aria preghiere risuono della tua voce nel sogno.
-Perché non mi vieni più a trovare?
Stai lasciando spazio troppo spazio che si fa largo sradicando i cardini delle mie porte di radici asciutte dal tempo a tutti loro ma se voi morti siete capaci come Dio d’ascoltare i pensieri allora ascoltami la mente che ti domanda:
-Vienimi a cercare! Nonno, ohé nonno!… (L.L.)

gDipinto dell’esimio Artista Mabel Rollins Harris ( American )

– Il nonno! il nonno!… Arriva!… Eccolo qui!
Lasciata a precipizio la finestra, ella si mise a correre, insieme con Lauretta, per la casa; gridò dietro l’uscio della camera della mamma: – E’ arrivato!… E’ qui!… – scappò a chiamare le persone di servizio: – Stefana!… Camilla!… – e tornò verso l’anticamera sgolandosi:
– Nonno!…Nonno!…Eccoci, nonno!…
Il nonno, seguito dal portinaio e dal facchino con le valige, era a mezza scala quando ella gli arrivò dinanzi. Abbracciatala e baciatala sulle due guance, esclamò:
– Teresina!…Come stai? Come sta la mamma?
– Bene, nonnuccio… tutti bene!…Anche Lauretta… Dove s’è cacciata?… Toh: eccola lì!…
E scoppiò a ridere perché la sorellina, rimasta indietro, ansimante, scendeva appena allora i primi gradini, uno alla volta, strettamente afferrata alle bacchette della ringhiera. Allora ella risalì di corsa e traversò di nuovo la fila delle stanze, gridando:
– Mamma!… Ohé, mamma, non senti?…E’ arrivato, è qui!
La mamma, ancora un poco pallida, usciva in quel momento dalla sua camera mezzo buia; ella le si buttò addosso, con le braccia aperte:
– Ma vieni!…Fa’ presto!…Eccolo, guarda!
E mentre il nonno, entrato, abbracciava stretto stretto la sua figliuola, ella gli gridava attorno, saltellando, tirandolo per le falde dell’abito, rovesciando domande sopra domande:
– E quando sei partito?…Quanti giorni sei stato per via?…Hai fatto un bel viaggio?… Che si dice in quella brutta Milazzo?… Nonno, ohé nonno!…

 

 

365 giorni, Libroarbitrio

César Vallejo “E non ditemi niente”

Roma 20 dicembre 2013

César Vallejo

E non ditemi niente,
uno può tranquillamente uccidere
giacché, sudando inchiostro,
uno fa quel che può, non mi dite…

Ci rivedremo, signori, con il pomo;
tardi la creatura passerà,
l’espressione di Aristotele armata
di grandi cuori di legno,
quella di Eraclito innestata su Marx,
quella del mansueto che suona rudemente…
Proprio questo narrava la mia gola:
che urio può tranquillamente uccidere.

Signori,
Lorsignori, ci rivedremo ancora senza involti;
in allora esigo, esigerò dalla mia fragilità
l’accento del giorno, che,
a quanto vedo, mi attese lungo tempo nel mio letto.
Ed esigo dal cappello l’infausta analogia del ricordo,
giacché, a volte, assumo felicemente la mia compianta immensità,
giacché, a volte, soffoco nella voce del vicino
e patisco
contando gli anni in chicchi di granturco,
spazzolando i miei panni a suon di morto
o seduto ubriaco sul mio feretro.

Io morirò a Parigi nello scroscio
un giorno che è già vivo nel ricordo.
Io morirò a Parigi – e non mi sbaglio –
come oggi forse un giovedì d’autunno.

Il 15 aprile del 1938, César Vallejo, moriva a Parigi alle 9:20  del Venerdì Santo a quarantasei anni.
Moriva di stenti ma soprattutto moriva di dolore: “del troppo dolore accumulato nell’enorme coscienza”.

A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Bergson “Il tempo della vita è la durata del presente”

Roma 1 dicembre 2013

Henri Bergson

La nozione di tempo usata dalla scienza è utilizzabile dalla coscienza?

La risposta ce la dona Henri Bergson, filosofo di grande successo nei primi anni del Novecento ed insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1927, egli individua nella concreta esperienza del presente la fondamentale dimensione mentale del tempo.

Per l’individuo, dal punto di vista psicologico, il tempo consiste nella durata del presente, una nozione ben differente e incompatibile con un approccio scientifico.

La durata, infatti, è per sua natura ben definibile, sconfina nell’immediato passato (le sensazioni appena percepite, i ricordi recenti) e nell’immediato futuro (l’azione, il progetto comportamentale).

La scienza, considerando solo l’aspetto quantitativo, suppone un tempo scandito da un ordine geometrico e spaziale, fatto di momenti distinti ma tutti uguali fra loro.

L’individuo invece vive il tempo secondo un criterio qualitativo: certi momenti sono, per la coscienza che li vive, fulminei; altri possono durare un’eternità.

Dedico questo post a mio Fratello, e a tutti coloro che come me vivono nel passato.

A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Freud e il sogno “appagamento del desiderio”

Roma 27 settembre 2013

Continuando le nostre letture sullo studio di Freud non possiamo non porci la seguente domanda: “Qual’è la natura del sogno?Ci sono legami fra il mondo onirico e quello della veglia?”

Freud scoprì nel sogno la via regia all’inconscio.

Il sogno è sostanzialmente l’appagamento di un desiderio, quasi sempre di origine sessuale.

Nonostante la semplificazione popolare della psicoanalisi, secondo cui i sogni avrebbero sempre e immancabilmente un significato legato alla sessualità , l’aggiunta  del quasi è, secondo Freud , necessaria.

Non vi è dubbio, infatti, che i desideri di cui il sogno è espressione possono nascere anche da bisogni insoddisfatti relativi ad altri istinti.

La fame, per esempio: è sufficiente addormentarsi a a stomaco vuoto per sperimentare sogni legati al cibo.

Del resto basta che un desiderio, di qualunque natura, sia vissuto con grande intensità per influire sulle immagini oniriche: non è affatto raro che i bambini sognino (o persino si rappresentino in forma allucinatoria) ciò cui ardentemente anelano.

E’ evidente , quindi, che il sogno, nonostante le apparenze, non è senza  logica né senza legami con il mondo della veglia.

Questo passo e il seguente sono tratti da L’interpretazione dei sogni:

Quando, attraversata una stretta gola, si giunge improvvisamente a un’altra dove le vie si separano  e si dischiudono ampie vedute per ogni parte, è lecito sostare un attimo e riflettere in quale direzione convenga innanzitutto  volgere i propri passi. Qualcosa di simile succede anche  a noi, dopo aver superato questa prima interpretazione del sogno. Abbiamo raggiunto la chiarezza di una conoscenza improvvisa.
Il sogno non è paragonabile al suono discordante di uno strumento musicale, percosso da un tocco estraneo anziché dalla mano del suonatore; non è privo di senso, non è assurdo, non si basa sulla premessa che una parte del nostro patrimonio rappresentativo dorme; mentre un’altra incomincia a destarsi.
Il sogno è un fenomeno psichico pienamente valido e precisamente l’appagamento di un desiderio; va inserito nel contesto  delle azioni psichiche della veglia, a noi comprensibili; è frutto di un’attività mentale assai complessa. Ma, nell’attimo stesso in cui intendiamo godere della nuova conoscenza, siamo assaliti da una folla di domande.

A domani

LL