365 giorni, Libroarbitrio

POKER D’INCUBI E’ AL SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TORINO UN DOPPIO APPUNTAMENTO CON GIANLUCA PAVIA & LIE’ LAROUSSE – 2dR –

Presso lo stand G130, Padiglione 2, Alter Ego Edizioni e Augh Edizioni fino al 22 maggio, e oggi alle 17:20 saremo ospiti con il Premio letterario Racconti nella Rete al “Superfestival” la prima vetrina dei Festival culturali ospitata all’interno della XXX edizione del Salone del libro di Torino. Saranno presenti il Presidente del Premio Demetrio Brandi ed alcuni autori vincitori del premio che parleranno della loro esperienza letteraria e dei racconti inseriti nell’antologia Racconti nella Rete edita da Nottetempo. Brandi illustrerà la nuova edizione del premio riservato a racconti brevi e soggetti per cortometraggi.
Vi ricordiamo che il termine ultimo per l’invio del materiale al Premio Racconti nella Rete 2017 è il prossimo 31 maggio
Gianluca Pavia Lié Larousse DuediRipicca
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I Lunedì di LuccAutori – La Terza classe – Daniele Miglietti

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Dacché erano partiti dal porto di Napoli, la prora, rivolta ad Ovest, s’era più volte imbattuta nell’appassionato e tragico dramma del sole che naufraga, siderale, nello specchio dell’acqua.
C’era chi sosteneva che s’era già sull’oceano, chi invece affermava che ad affacciarsi dalla poppa e ad avere occhi abbastanza buoni si sarebbe potuta scorgere ancora la costa Italiana.
Alle domande il personale di bordo scuoteva seccatamente il capo, lasciando intendere che, in mare aperto, un passeggero di terza classe godeva degli stessi diritti che vantava sulla terraferma, se non di non meno. Forse se avessero avuto del denaro avrebbero potuto comprare quell’informazione. Ma, in fondo, a cosa sarebbe servito? Non era forse questo il motivo per cui si erano imbarcati? Si diceva che lì, dov’erano diretti, anche quelli come loro si sarebbero lasciati alle spalle la miseria, l’ignoranza e la malattia: quei fantasmi che a casa li stavano divorando.
L’unica cosa di cui s’era certi era quello sciamare incessante d’anime tra le centinaia di sporche cuccette del piroscafo Ermanno, stipati così com’erano l’uno contro l’altro appena sul filo dell’acqua. E in mezzo a quella distesa di disperati che ficcanasavano qua e là, tossivano, o che, semplicemente, iniziavano a impazzire, le teste contro le paratie, c’erano quell’uomo e quel bambino. Loro due, che, appena un mese prima, se gli aveste chiesto di portarvi al mare, vi avrebbero accompagnato al torrente dietro la loro spelonca, allo stesso rivolo dal quale attingeva loro madre per dissetare i propri figli, le sue due vacche cieche, e quella vecchia gallina che avrebbero presto mangiato perché troppo vecchia per covare. Ma la mamma era stata trovata in fondo ad un burrone, un cestino di strame intrecciato colmo di vavusi ancora stretto in pungo, e le vacche erano state vendute sulla piazza per pagare la traversata.

– Raccontami ancora di mamma, di quando non ero nato,ripeteva Giacomino.

–Riposa ora, – rispondeva risoluto Riccardo

Dalla cuccetta sottostante si udiva la lotta sfrenata dei bastoni e delle spade, e il grande tintinnare di coppe colme d’oro. Erano i lucani che giocavano a carte.
Riccardo si sporse dalla cuccetta: – Per favore, u criaturu dorme. Tena ‘a freve.

– Biat a ta figlj. E chi dorm’ cu stu mar’ aggitat’? – gli fecero coro loro.

Riccardo, per l’ennesima volta, dacché erano partiti, ripeté: – Non è mio figlio, è fratima.
Giacomino e Riccardo erano rispettivamente l’ultimo e il primo dei fratelli, in quella giovane Italia del 1899 nel quale la mortalità media stava a sei anni e mezzo.
Giacomino si trovava alla sua ottava primavera e, seppur già da tempo la vita lo avesse edotto alla crudeltà della sopravvivenza, erano ancora visibili nei suoi piccoli occhi neri quel moto di vitalità che contraddistingueva i suoi coetanei; scintillio destinato a scemare col tempo e a scomparire lungo le guance, come lacrime tamponate. A dividere Riccardo e Giacomino vi era una lunga serie di fratelli, nati lungo l’arco di diciassette anni, tutti morti al nascere o comunque ancora bambini. Ma la morte di un bambino, nella Calabria rurale del tempo, era cosa assai meno grave della morte di una capra. Una capra dava latte, un bambino grattacapi.

– E Gesù Bambino… C’è anche all’America ‘u bumminiellu? – domandò Giacomino.

– C’è anche all’America – fece il fratello.

– Sai, gli ho regalato ‘u strummolo…

– A chi hai regalato ‘u strummolo, Giacomi’?

– Al bambin Gesù, quando eravamo al porto… – Giacomino delirava.

– Ma che dici, Giacomi’? ‘U strummolo è qua – Riccardo si cavò dalla tasca della giacca la trottola e la mostrò al fratello – Lo vedi? L’ho io!

Giacomino non rispose, aveva gli occhi chiusi. S’era addormentato.

Riccardo toccò la fronte del fratello. Era umida e calda come il coperchio della cassarola di loro madre, quando con uno straccio lo sollevava e con una forchetta infilzava una patata per controllare se era cotta.

– Piove fuori?

– E che ne sappiamo noi? – risposero i lucani. – Guarda dall’oblò.

Riccardo pigiò il suo naso abbronzato contro il vetro, ma sebbene la luna fosse piena, era impossibile capirlo. Di lampi non ce n’erano. Tese l’orecchio, ma in mezzo al baccano dei passeggeri, al ronzare dei motori, e allo sciabordio delle acque era impossibile sentire se fuori ci fossero tuoni, la sua più grande paura. Ogni tanto il fragore di un’onda che si scagliava contro lo scafo lo faceva sobbalzare.
Riccardo cavò dalla tasca dei calzoni il sigaro e il suo pensiero ritornò al Porto di Napoli, dove li avevano fatti aspettare per cinque giorni prima dell’imbarco. Li avevano lasciati lì, affamati, a dormire all’addiaccio ghiacciato e ad ustionarsi al sole. La pietà dei Napoletani li aveva sorretti. Uomini che, vedendo quella distesa fatta di scheletri umani e valigie di cartone, di tanto in tanto giungevano con pezzi di pane, incitandoli a dividerseli da buoni cristiani. Ma quel pane finiva sempre nelle mani dei più forti, e poco rimaneva alle donne, ai giovani e ai bambini come Riccardo e Giacomino. Poi, finalmente, giunse il giorno in cui era stata issata la passerella di terza classe, tra il molo e il piroscafo. I due fratelli si erano pazientemente messi in fila, ad attendere il fatidico passo. Allora Riccardo si era sentito strattonato per la collottola, ed era pronto a ricevere qualche legnata, come già era successo le poche volte che aveva osato farsi valere per un pezzo di quel fatidico cibo. – Non ho niente! – s’era subito difeso. Ma giratosi, stagliato contro di lui, aveva trovato un uomo dai baffi folti e ben curati, finemente arricciati come zampe d’insetto. In mano stringeva un bastone di canna, e le sue scarpe erano protette da un paio di ghette candide. Sul capo sfoggiava un lucido cappello al cui confronto la coppola di Riccardo pareva un cencio gettato lì per caso. I due si erano brevemente guardati negli occhi; lo sguardo di Riccardo era basso e stanco. – Tieni, – aveva detto l’uomo a Riccardo mettendogli qualcosa in mano. – Per il viaggio. Ne troverai degli altri uguali in America. Viene da Cuba, – Riccardo aveva osservato il grosso sigaro nel palmo della sua mano con aria interrogativa. – Già. Tieni anche questi, – aveva allora fatto il signorotto, mettendogli in mano una scatola di fiammiferi – Be’, buon viaggio allora. E buona fortuna, amico mio! – Riccardo non gli aveva risposto.

Ora quel sigaro, donatogli da quel gentiluomo, appariva al suo naso e al suo tatto così accattivante e profumato che un bisogno irresistibile lo aveva assalito. Era il desiderio del benessere, il bisogno universale, umano e brutale della normalità; era la voglia di sottrarsi a quel budello angusto di dialetti che lo circondava, al mormorio incessante dei motori che lo spazientiva, alla congerie di aliti afflitti e pesanti di attese appena sussurrate che impregnava quel dormitorio galleggiante.

Riccardo decise così di salire sopraccoperta, poiché, se avesse acceso il sigaro lì, il suo odore avrebbe certamente destato l’attenzione di qualche manigoldo pronto a sottrarglielo. Fu così che abbandonò la cuccetta e il piccolo Giacomino, ormai profondamente addormentato.

Né vento né onde aggredivano ora la carena dell’Ermanno, e il ponte principale era livido, imbevuto com’era della luce della luna. I banchi di denso vapore che esalava il fumaiolo, in alto, appena a tergo del ponte di comando, si mescolavano come spiaggia alle nubi. L’odore del mare impregnava piacevolmente i legni, i metalli, e le carni.
Subito immersi i capelli caprini nel gelo della notte, Riccardo udì provenire da babordo un urlo belluino: – Fije mi! Fije mi’! –. Due marinai circondavano una donna in lacrime, inginocchiata di fronte a quello che a Riccardo sembrò un piccolo fardello avvolto in una stuoia grezza.
Riccardo avvicinatosi a quelle persone, vide che quella avvolta nella stoffa era una piccola figura umana: un bambino. All’altezza del collo gli era stato legato un grosso peso di piombo.

– Oddio, il figlio mio! Oddij je fije mi! – la giovane donna marsicana piangeva.

– Che accadde? – domandò Riccardo a uno dei due marinai presenti.

– Una malattia?

– Sì. Un ceppo a bordo, probabilmente. – spiegò l’uomo.

– E si muore?

– Per la maggiore i bambini.

Riccardo tremò al pensiero del fratello febbricitante in quella cuccetta sporca. La donna continuava a disperarsi.

– E ora?

– Lo buttiamo in mare.

– In mare? – rabbrividì Riccardo.

– È la procedura. È il terzo da quando siamo partiti.

Riccardo capì che quel mare non conosceva riguardi per le normali cerimonie funebri. Vide le labbra della marsicana baciare attraverso la canapa la leggera testa infagottata del bambino. Vide i marinai issare il piccolo cadavere, e sporgersi dalla balaustra. Vide il corpo cadere violentemente, trascinato brutalmente da quel peso di piombo, in mare, in un tonfo. L’udì. L’ultimo urlo di una madre che aveva perso un figlio durante quel viaggio intrapreso con cieca fiducia.

I quattro restarono ritti a babordo, con gli occhi verso il basso, in attesa che quel corpicino impacchettato s’inabissasse, per sempre.

Ciò non accadde.

– Non affonda! – esclamò il marinaio.

La giovane madre si aggrappò alla ringhiera con una forza improbabile e cercò di sbalzarsi: – Fije mi! –. I due marinai la presero di peso: – Si calmi! – la donna si lasciò andare tra le loro braccia. Era svenuta.
La salma del bambino prese a fluttuare tra le onde, avvolta in quel telo bianco, reso brillante dalla luna.

– Dev’essersi slegata la fune, – fece uno dei due marinai – e il piombo dev’essere andato giù.

– Dev’essere senz’altro questo, – fu d’accordo il collega – Altrimenti è inspiegabile.

Le onde nere e quel bambino dal volto che Riccardo non avrebbe mai conosciuto, una delle tante mummie del mare che, mentre uomini e donne cercavano di raggiungere la terra sconosciuta, la terra del lavoro, delle opportunità, del riscatto sociale, l’oceano catturò quei decenni. Un abisso che conobbe vicende di speranza; di fede abbandonata. Di tragedie lasciate alle spalle da coloro che a quei viaggi sopravvissero, ma che poi, col sangue e col sudore, avrebbero scoperto che quell’America da cartolina non esisteva. Frotte di migranti che si sarebbero improvvisati arrotini lungo le strade di Manhattan, che si sarebbero rovinati gli occhi cucendo guanti a Down Neck, o che si sarebbero spezzati la schiena gettando binari e fissando traversine per le ferrovie transcontinentali americane, insieme a negri e cinesi. Questo era il sogno americano per chi di americano non aveva nulla.

–Riportiamola sottocoperta, – disse un marinaio all’altro, accennando alla marsicana. – Lei rimane qui? Ma Riccardo fece: – Scendo anch’io, – e del sigaro non fu più interessato.

Il corpo del bambino, intanto, andava alla deriva, lentamente, bianco e sempre più piccolo, come una barchetta di carta sospinta dal vento, nel buio della notte.

*****

Racconto “La Terza classe” scritto da Daniele Miglietti
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016” edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi, in tutte le librerie a distribuzione nazionale oppure on line al link di seguito:

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I Lunedì di LuccAutori – Bevomangiofumo – Michela Tognotti

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Questa ve la devo proprio raccontare. A voi, sì, a voi che state leggendo.
Mi presento, sono George. Nessun cognome, un George come tanti.
Bene, dicevo… Ah, scusate, mi accendo una sigaretta, in questo bar ci sono solo amici, chiudono un occhio.
Ahhhh! Che meraviglia! Era da un po’ che non ne fumavo una. Esattamente da un’ora, da prima che arrivasse qui mia madre. Sì, avete capito bene: quella santa donna di mia madre.
Non l’avete vista? Ma come? Era qui, fino a dieci minuti fa, se n’è appena andata…
E allora vi siete persi uno spettacolo di donna. E’ già vecchiotta, sui cinquantacinque, ma si tiene bene.
Ve l’avevo detto che ho trent’anni? No, mi sa che non ve l’avevo detto.
Comunque, mia madre, dicevo, non approva che beva e che fumi, quindi mi sono dovuto trattenere fino a che è stata qui. Mica che abbia paura di lei, no, però mi dispiace se pensa male di me. E’ una salutista, è sempre stata fissata con l’igiene. Per lei sono astemio e non fumo.
E’ chiaro che fa finta di non sapere.
Pensavo che non mi avrebbe mai trovato in questo bar un po’ nascosto, da pokerino, ecco, non da happy hour come quelli che è abituata a frequentare lei con le sue amiche. Sono rimasto a bocca spalancata quando me la sono vista arrivare qui dentro. Una come lei qui, in questo, diciamocelo, letamaio! Non dovrebbe neanche passarci davanti.
Lì per lì ho pensato che ci fosse arrivata tramite una delle sue associazioni benefiche. E’ fissata, quella santa donna, fissata! Ha la mania di voler salvare tutti, soprattutto quelli che non conosce. Però la gente non sempre vuol essere salvata. C’è chi vuole sprofondare nella melma per scelta, non per sfortuna. E lei, no, si sente tanto angelo custode.
Ma così mi sto allontanando dalla storia che vi volevo raccontare.
Ho bisogno però di bere qualcosa: vi dispiace se ordino un bicchiere di vino rosso?
Insomma, dicevo, mia madre piomba qui, a colpo sicuro. Sapeva di trovarmi qui. E sapeva che mi avrebbe trovato in compagnia.
Come dite? Non l’avete vista la persona che era con me? E’ andata via cinque minuti prima che se ne andasse mia madre. Possibile? Oh, ma non avete visto niente, allora! Ok, finisco il racconto, manca poco, ormai. Prima sarà meglio che mi faccia portare due stuzzichini e l’intera bottiglia di questo miele rosso.
Vedete, io sono un attore. Sissignori, un attore di teatro. Off. Molto off. Però me la cavo, ho di che vivere, ho di che mangiare, ho di che bere. E mi diverto. Anzi, me la godo proprio. Ho un buco al Greenwich, un buco che più buco non si può, ma chissenefrega! Non ci sto mai. Mangio fuori, e spesso dormo fuori. Serve solo per cambiarmi la biancheria intima, quando salto tra un letto e l’altro.
Dicevo, dunque: mia madre. E’ venuta qui per dirmi che disapprovava. Oh, beh, detto da lei, non è una novità: disapprova tutto, a prescindere. Voleva che facessi l’avvocato. Ma ci pensate? L’avvocato io, come il mio imbalsamato padre! Da scompisciarsi dalle risate… No, non fa per me. Comunque sia, quella santa donna, senza neanche salutarmi ha cominciato tutta una sequela di rimproveri: e il tuo lavoro, e il tuo appartamento, e le tue relazioni sentimentali, bla bla bla…
Ha battuto soprattutto su quel punto. E naturalmente ne ha avute da dire anche per la persona al tavolo con me. Ora, l’amico in mia compagnia, di cui mi sfugge il nome, Michael? Gabriel? Raphael?, un Arcangelo, insomma, è un amico, ma con moderazione. No di certo fino al punto di sorbirsi le fisime di mia madre. Abbiamo passato la notte insieme, e basta. Di sicuro non lo rivedrò domani.
Insomma, lei pensava che fosse una specie di fidanzato, e intendeva fargli capire che non sarebbe mai stata la remissiva suocera di un gay, come si vedono nelle fiction in tv. Così se n’è andato velocemente.
In realtà di Michael o come si chiama non me ne frega niente. E’ carino, abbiamo fatto sesso.
Chiuso.
Ho dunque cercato di farlo capire a mia madre, che non ho un fidanzato fisso, e che li cambio tutte le sere, o quasi.
Pensavo svenisse, stecchita, qui, su questo pavimento. Il suo Chanel si sarebbe sciolto, al contatto del suolo lercio.
Se n’è andata senza salutarmi, come era venuta.
Starà già pensando a quale Associazione rivolgersi per salvarmi.
Beh, che volete che vi dica, lei è fatta così.
Io sono fatto così. E non voglio essere salvato.
Dovrà farsene una ragione.
E meno male che non avevo ancora ordinato il vino.

*****

Racconto “Bevomangiofumo” scritto da Michela Tognotti
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

Opera pittorica  “Alcuni cerchi”- Wassily Kandisky -1926

Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016” edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi, in tutte le librerie a distribuzione nazionale oppure on line al link di seguito:

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I Lunedì di LuccAutori – Il corredo – Giusi Scerri

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Oltrepassavano i muri con i loro suoni, cadenzati e acuti, inseguendosi nell’aria fino ad arrivarle alle orecchie. Ascoltarli, era quello che più le piaceva sentire, quando la mattina tornava su questa dimensione. Ogni giorno era l’inizio di una avventura nuova, non si aspettava niente, ma era certa che tutto fosse là ad aspettarla. Un tintinnio di porcellana, due donne, le loro voci lontane quel che bastava per non sentire le parole. Profumi di timo, pomodoro a soffriggere, odori che arrivavano lenti e intensi fin dentro il sonno della domenica. Uno sbattere di sportello, frammenti di risate, rumori di passi, in cucina la vita era già iniziata, mentre, accovacciata tra le lenzuola, assaporava le impronte dei sogni appena lasciati.

La luce filtrava decisa dalle persiane verdi a indicare che ora di alzarsi, eppure, Caterina, preferiva indugiare, come se avesse paura di consumare troppo in fretta la giornata, o che essa, vivendola, deludesse le aspettative che in quel momento erano lì custodite e da ammirare.
Era un rito alzarsi, poggiare i piedi sulle mattonelle fresche, indugiare a sentire l’aria sulle gambe, il tempo fresco e dilatato dei giorni di festa.
L’armadio bianco a tre ante era posto davanti al letto, leggero e incombente allo stesso tempo.
Caterina apriva le finestre per lasciare entrare la luce naturale del giorno e il cinguettio degli uccelli sembrava invadere la camera insieme al caldo del sole dei primi giorni d’estate.
Ora avrebbe avuto tutto il tempo per “ammirare” quel piccolo tesoro, distribuito, sui due ripiani a sinistra dell’armadio.
Nel momento in cui si aprivano le ante il profumo di lavanda e di canfora anticipava, alla vista, quello spettacolo di colori.
Scatole fiorite, buste lucide, pile di asciugamani rilegate con fiocchi rosa e bianchi, lenzuola ricamate, “strofinacci” da cucina, con disegni naif, che portavano lontano la fantasia.
Quando le mani arrivavano a poggiarsi sulla prima pila di spugna, indugiavano ad accarezzare quella morbidezza, ogni colore pareva dare sulla pelle una sensazione diversa.
Poi con cura, Caterina, cominciava ad appoggiare le scatole ancora chiuse sul letto, alcune contenevano camicie da notte ricamate, forse da riservare ai viaggi o a quando sarebbe diventata mamma. Le camicie di seta, invece, scappavano dalle mani un po’ tremanti per la paura di sciuparle, cangiavano alla luce e la voglia di indossarne qualcuna e guardarsi allo specchio era troppo grande ogni volta.  Ve ne era una in particolare, color amarena, che metteva in risalto la sua pelle bianca, sembrava un vestito da sera, era bello specchiarsi e riconoscersi.
Successivamente, con lentezza e soddisfazione, le riponeva nelle scatole raccogliendole nella velina, uno scricchiolio lieve nel ripiegare i suoi tesori.
A seguire tirava fuori i completi da cucina e le lenzuola, quando voleva essere più audace, le portava al viso per annusarne l’essenza fiorita della vita futura.
Quali tavole avrebbero apparecchiato quelle tovaglie? quali letti avrebbero abitato le lenzuola?
Il cuore sembrava scorrere dal petto alla gola e dalla gola al petto, quando sentiva un rumore arrivava inaspettato, indugiava qualche minuto e quando era certa di non essere sentita, con delicatezza, riponeva tutto al suo posto nell’armadio: “i loro incontri dovevano rimanere segreti”.

Quando la nonna portava a casa un nuovo pezzo del corredo, Caterina si sentiva orgogliosa, sapeva che ella aveva fiducia in lei, che la riteneva importante come donna e come portatrice di vita. La nonna sapeva che avrebbe mutato forma un giorno, che forse sul momento non l’avrebbe capito appieno quel gesto, ma sentiva che ne stava cogliendo l’importanza.
Aveva traslocato dalla casa della sua infanzia ormai da anni e fu così impegnata a vivere, che non si accorse del tempo che passava veloce, parte del corredo fu usato, altro andò materialmente perduto, eppure, si rese conto che il ricordo che restava di esso lo sorpassava, oltre le stagioni e i ricordi, il gesto, restava indelebile.
Caterina aveva sviluppato la consapevolezza che il “corredo” non sarebbe mai andato perduto, che la cura con la quale era stato messo da parte, anno dopo anno, fino ad arrivare a lei una volta diventata grande, le aveva dato la sicurezza e la fiducia, che le generazioni che l’avevano preceduto la stessero pensando e le dessero sostegno.
Spostandosi in uno spazio speciale ringraziò sua nonna e capì quando le diceva: “Ti verrò in mente tante volte e dirai, la mia nonna aveva ragione”. La nonna ne aveva già fatto esperienza e con amore lo comunicava a quella bambina che con gratitudine avrebbe tramandato il suo corredo.

 

Racconto “Il corredo”  scritto da Giusi Scerri
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

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Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016”
edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi,
in tutte le librerie a distribuzione nazionale
oppure on line al link di seguito:
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Una volta l’estate – Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi

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In questa che oggi sento sulla mia pelle essere l’epoca della rabbia e dei vinti, e osservo, e percepisco, e vivo la difficoltà che ha l’uomo di afferrare se stesso nel vortice del caos della quotidianità contro una società che lo vuole plasmato e plasmabile, e lo vedo tentare d’imporsi con principi e virtù senza però riuscire a farli davvero propri, e allora troppo stanco quando ormai tutto gli appare ormai inutile, lontano, dimenticato e opposto agli obiettivi prefissati, lo vedo abbandonarsi e inerme seguire ed inseguire le nuove mode, e presunte tali, nel flusso dell’arrendevolezza di massa, tuttavia, nel romanzo Una volta l’estate, scritto a quattro mani dagli autori Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, scorgo un barlume di speranza in Edoardo, che, nonostante la miriade di complicazioni imposte, coraggiosamente lotta marciando controcorrente, mettendo a rischio la sua vita, ogni ideale, tutto il suo mondo, senza rimpianti né rimorsi, per riprendersi ciò che più desidera, il suo sogno, la sua complicata e pur sempre sconosciuta vita che è e sarà con l’amata Maya.”
Lié Larousse

 

Tratto da Una volta l’estate:

EDOARDO

Arrivo in camerata strusciando gli anfibi. Un muro di grugniti e rantoli notturni mi investe. Salicetti è quello che russa più di tutti in camerata. Sembra un maiale intrappolato in un gabinetto. Che strano paragone, penso buttandomi con tutti gli anfibi e la mimetica sul materasso vivo e poggiando la testa sul cubo. Il cigolio rugginoso si propaga per tutta la camerata, ma il sonno pesante dei militari in missione si può paragonare a quello dei neonati in braccio alla mamma. Che starno paragone, penso. E le lacrime fanno avanti marsc’.
Più i miei compagni di camerata russano ignari e più penso sia ingiusto. Ingiusto partire in missione con il solo obiettivo di farsi il televisore nuovo, la macchina nuova, la casa più grande.

Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi
saranno presenti con il loro romanzo
“Una volta l’estate”
 edito da Meridiano Zero
questo pomeriggio alle 18
alla libreria Mondadori
in via Piave
Roma  
presenteranno l’opera
Paolo Restuccia e Loredana Germani

Venite a conoscerci, non mancate!

365 giorni, Libroarbitrio

“della piccola utopia” Jorie Graham

disegno ponyo e suske

guardo pesciolini,
migliaia,
sciamare,
ognuno un minuscolo muscolo,
ma anche, senza poter creare corrente,
fare del loro unisono (girando,
ripiegandosi,
entrando e uscendo dal loro unisono all’unisono)
fare di se stessi una corrente visiva,
che non può trasportare o smuovere d’un
attimo la spirale dell’acqua che scende e che sale,
la scia delle barche che ciclica infine ribatte sulla banchina,
là dove incontrar la resistenza più profonda,
acqua che sembra squarciarsi
(ha questi strati), una corrente vera benché per lo più
invisibile che manda nel visibile (pesciolini) uno sfrecciare
veloce che impone il cambiamento –
è questa la libertà. Questa è la forza della fede.
Nessuno ottiene ciò che vuole.
Non sarà mai più lo stesso.
Il desiderio è essere puro.
Quel che ottiene è sempre mutato. Sempre più
ogni minuto iridescente, da cui permea l’infinito,
e la dismemoria, certo, il riverbero di qualcosa
alla deriva. Qui, mani piene di sabbia,
che faccio filtrare nel vento, guardo giù e dico
prendi questo, questo ho salvato di me,
prendilo, svelto! E se ascolto
ora? Ascolta, non ho detto nulla. Era solo
qualcosa che ho fatto.
Non potevo scegliere le parole.
Sono libera d’andare.
Non posso certo tornare indietro.
Non a questo.
Mai.
E’ un fantasma posato sulle mie labbra.
Qui: mai.

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“Dove la Luce” da Sentimento del tempo 1930 Ungaretti

Antonio Discovolo Bambini osservano il Mare di Liguria

Come allodola ondosa
Nel vento lieto sui giovani prati,
Le braccia ti sanno leggera, vieni.

Ci scorderemo di quaggiù,
E del male e del cielo,
E del mio sangue rapido alla guerra,
Di passi d’ombre memori
Entro rossori di mattine nuove.

Dove non muove foglia più la luce,
Sogni e crucci passati ad altre rive,
Dov’è posata sera,
Vieni ti porterò
Alle colline d’oro.

L’ora costante, liberi d’eta,
Nel suo perduto nimbo
Sarà nostro lenzuolo.

 

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Il Teatro III

Roma 9 febbraio 2013

Nel corso del secolo, il testo letterario del teatro per musica andrà sempre più scadendo e avvilendosi per scomparire poi dalla letteratura. Ma letterati famosi come il Testi e il Chiabrera, scrittori di liriche e di romanzi come il Morando, scrivono per il teatro musicale e un vero scrittore, Ottavio Rinuccini, è collaboratore integrante del primo teatro per musica. Gli stessi comici dell’arte si valgono della cultura letteraria per i loro scenari, e scrivono spesso drammi e commedie.

Il teatro regolare, composto da letterati, molto spesso non recitato e forse non recitabile, è sentito con dignitoso impegno, da Prospero Bonarelli al cardinal Delfino; come opere letterarie, anche se non distaccate dalla cultura teatrale, maturano le prove più alte del teatro del Seicento, quelle di Federico Della Valle e di Carlo de’ Dottori. Nel cuore stesso della letteratura viene delineandosi una esigenza di teatro che, nel Settecento, verrà ripresa e quasi consacrata da Scipione Maffei.

La storia del teatro secentesco in Italia, per i suoi rapporti con l’Europa e le sue implicazioni con la vita della società, della corte  e della Chiesa, è ricca ed affascinante. Per quanto sia scarsa la storia  della letteratura teatrale  in confronto a quella degli altri paesi europei, essa non manca di carattere e culmina in due scrittori, sopra citati, Della Valle e de’ Dottori, i quali, sebbene fossero letterati e non uomini di teatro, hanno tuttavia scritto e sentito l’opera come linguaggio teatrale.

il piemontese Federico Della Valle, autore e poeta presso la corte dei Savoia, scrisse tre tragedie che, pur di argomento sacro, non mancano di considerazioni politiche.

A domani

LL