365 giorni, Libroarbitrio

La rinascita della poesia cinese: i poeti “oscuri” – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Le primavere morte e rinate
sono un’ardente poesia
che insieme alla mia nostalgia sollevano
una marea immensa”.

(Gu Cheng, estratto di una poesia tratto dal volume “Nuovi poeti cinesi”, Einaudi)

Come vi ho raccontato in un articolo precedente, la poesia cinese nasce migliaia di anni fa e da subito si avvale, nella forma scritta, di tutta la potenza espressiva ed estetica dei caratteri cinesi. Tale millenario poetare che si era districato fra l’alternarsi delle dinastie, sere illuminate da una languida luna, esili e guerre sanguinose, si “arresta” soltanto nel 1942 quando il Grande Timoniere, Mao Zedong, a Yan’an delinea i dettami ai quali la letteratura e l’arte si sarebbero dovute piegare da quel momento in poi.

Quelli che sono passati alla storia come i “Discorsi di Yan’an”, e che si presentavano come un occasione di “dibattito” e “scambio di opinioni”, diventano un vero e proprio dictat dal quale nessuno può tirarsi indietro. Diventa da subito chiaro come l’arte e la letteratura altro non siano che meri strumenti, armi al servizio della politica, del Partito, piccoli ingranaggi che fanno parte di una grande macchina politica nella quale, tutto sommato svolgono un ruolo necessario- ma non importante. Arte e letteratura devono “servire le masse”, “parlare delle masse con la lingua delle masse”, devono fornire il corretto esempio in modo che tutti quanti possano darsi anima e corpo alla giusta causa del comunismo cinese. Immaginate, a questo punto, che fino praticamente al 1976, anno della morte di Mao, nessuno scrittore o scrittrice ha avuto la possibilità di esprimersi liberamente senza seguire i dettami del Partito e senza ripetere le stesse frasi figlie del cosiddetto “Discorso Maoista”, una vera e propria forma mentis che ingloba e inghiotte tutto, soffocando qualsiasi spazio individuale. Un irrigidimento senza precedenti che culmina nel tetro periodo della Grande Rivoluzione Culturale (1966-1976) durante il quale gli scritti privati e dunque “pericolosi” vengono bruciati, insieme ai templi, alle poesie antiche e a tutto quello che esprime quella che secondo i Rivoluzionari era una cultura “borghese” e “antirivoluzionaria”. Le uniche forme “d’arte” e di “scrittura” permesse sono i tristemente celebri dazibao, manifesti critici dai grandi e minacciosi caratteri neri che infestano ogni strada, creando un ambiente asfittico e violento: le critiche e le accuse, insensate, che vi vengono riportate arrivano, in certi casi, a costare la vita al malcapitato o alla malcapitata presi di mira.

Con la morte di Mao, però, si apre una nuova pagina della storia cinese in generale. Dal punto di vista letterario, per esempio, si assiste ad una vera e propria rinascita, sebbene lenta e a volte un po’ claudicante: tutti quegli scrittori e quelle scrittrici che fino ad allora avevano costretto al silenzio le proprie penne, si lasciano andare ad una voglia irrefrenabile di poter far sentire la propria voce, di potersi esprimere, di poter scrivere sperimentando una lingua che a questo punto deve necessariamente ripartire da zero, spogliandosi di tutta quella retorica politica e “incamiciata” che da troppo tempo aveva costretto la ricchissima lingua cinese ad un pugno di espressioni fisse, vuote e violente. Una delle grandi rivincite di questi autori e queste autrici è la possibilità di ritornare all’Io, non al “grande Io” (in cinese, da wo大我), inteso come soggetto collettivo voluto dalla Rivoluzione, ma al “piccolo io” (xiao wo小我) che finalmente ha la possibilità di esprimere la ricchezza dell’individuo come singolo e dunque della profondità della propria identità, unica e irripetibile.

Questa riappropriazione della lingua inizia proprio dalla poesia, prima che nella narrativa, attraverso un movimento di poeti e di poetesse che all’inizio si riunì intorno ad una rivista underground, non ufficiale, nota come Jintian (今天), cioè “Oggi” , fondata nel 1978 da poeti come Bei Dao (1949-), che già nel titolo esprime l’esigenza di concentrarsi sul momento presente, lasciandosi alle spalle le brutture dei dieci anni appena trascorsi; leggiamo, infatti nell’editoriale:

“Dal bagno di sangue sorge l’alba dell’oggi, abbiamo bisogno di fiori multicolori, di fiori che appartengono veramente alla Natura, di fiori che sboccino veramente nel cuore degli uomini. Il nostro oggi ha radici nel passato e nella nostra ricca terra, ha radici, nasce e muore in questa certezza. Il passato è ormai trascorso, il futuro è ancora lontano, per la nostra generazione, oggi e soltanto oggi esiste!”

Alla poesia di questo folto gruppo di poeti-sperimentatori, viene dato dalla critica ufficiale, come spesso capita, un nome denigratorio, ovvero Menglong Sh” 朦胧诗, “Poesia Oscura”, in riferimento a quella che appariva come un’ incomprensibilità e opacità di fondo, a un poetare complesso e chiuso, i cui riferimenti spesso sfuggivano negandosi ad ogni interpretazione. Tale “gruppo”, sebbene sia improprio definirlo tale in quanto ogni poeta esprime la propria unicità artistica senza rifarsi ad alcuna regola o “scuola”, ben accettò “l’etichetta” e ne fece un vero e proprio vanto, proprio perché dietro a quell’apparente oscurità si celava una luce, più o meno flebile, spesso quella delle stelle, ma sempre presente. Secondo Yang Lian (1955-), ormai cittadino britannico e tra i maggiori esponenti della “corrente”- termine perfettibile, tutta la poesia contemporanea cinese nasce dalla rottura con la “lingua del passato” e la ricerca di una nuova lingua che meglio si attagli alle esigenze del tempo e del singolo, in una delle sue poesie, infatti, dice: “Io creo la mia lingua”, a sottolineare la riappropriazione di quest’ultima. Sebbene la poesia classica rimanga un faro sempre acceso e visibile da ogni dove, i poeti contemporanei sanno che è impossibile ricopiarla, bisogna infatti creare un nuovo modo di fare poesia che tuttavia non smette di fare i conti con i “grandi del passato”. Ciò che accomuna questi poeti è, in fondo, la consapevolezza dell’esistenza di una “pensabilità della poesia”, come sostiene Claudia Pozzana, secondo la quale la poesia sarebbe dotata di “procedure di pensiero indipendente”. 

I poeti che si radunano intorno alla rivista Jintian condividono il dolore profondo della Rivoluzione Culturale e lo esprimono in poesia attraverso un folto susseguirsi di dubbi, di domande; un continuo interrogare e interrogarsi, guidati dalla luce delle stelle e caratterizzato da immagini decisamente inusuali rispetto al panorama della poesia cinese fino ad allora. Tornano in auge parole come “vita”, “morte”, “sole”, “luna”, “io” e tante altre che seppur semplicissime e quotidiane, almeno per noi, rimandano invece a tutto un universo che era stato volontariamente dimenticato e soffocato in favore di paroloni come “socialismo”, “masse”, “guerra”, “Rivoluzione” e tante altre. Questo viaggio alla riscoperta della lingua cinese e della poesia come forma pensante e libera non è affatto facile, ci si trova a dover scavalcare a mani nude degli alti muri, come quelli di cui parla la poetessa Shu Ting (1952-) in uno dei suoi componimenti: Di notte, il muro si anima,/ stende i suoi molli tentacoli,/ mi stringe, mi soffoca,/ mi adegua a ogni forma.”

Ogni poesia meriterebbe un’attenta analisi che ne identifichi i temi principali, i rimandi al passato e al “trauma” indelebile che tuttavia può essere esorcizzato ed elaborato attraverso la parola, ma spero che sarete voi a farvi un’idea al riguardo leggendo queste splendide, difficili e necessarie voci della poesia cinese degli anni ’80. Vi lascio intanto una poesia e vi auguro una buona lettura!

Il vecchio secolo scopre la fronte
e scuote le spalle ferite
la neve copre le rovine — bianca e inquieta
come schiuma d’onde, si muove in una selva oscura
una voce sperduta ci giunge da quegli anni
non ci sono strade
attraverso questa terra che la morte ha reso misteriosa

Il vecchio secolo ingannando i suoi figli
lascia ovunque scritte irriconoscibili
la neve sulla pietra corregge la sporcizia decorata
io stringo nelle mani la mia poesia
chiamami! Nell’istante anonimo
la barca del vento portando la storia è passata in fretta
dietro di me — come un’ombra
mi segue una fine

Dunque ho capito:
un gemito non è un rifiuto, le dita della fanciulla e
il modesto mirto sono immersi nei cespugli viola
sguardi come meteoriti si tuffano nell’oceano immenso
ho capito che ogni anima infine sorgerà di nuovo
portando il profumo fresco e umido del mare
portando l’eterno sorriso e la voce che non si piega
salendo verso il puro mondo azzurro
e io declamerò il mio poema

Crederò che ogni ghiacciolo è il sole
queste rovine, essendoci io, diffondono una strana luce
tra questi campi pietrosi ho ascoltato un canto
mi nutre un seno pieno di gemme
avrò nuova dignità e sacro amore
sui campi candidi denuderò
un cuore
sul cielo candido denuderò
un cuore
e sfiderò il vecchio secolo
perché sono poeta

Sono poeta
se voglio che la rosa sbocci, la rosa sboccerà
la libertà tornerà, portando la sua piccola conchiglia
in cui risuona l’eco di una tempesta
l’aurora tornerà, la chiave dell’alba
ruoterà nella giungla, i frutti
maturi lanceranno fiamme
anch’io tornerò, a scavare di nuovo
il destino doloroso
a coltivare questa terra nascosta dalla neve.

(Poesia di Yang Lian, trad.it. Alessandro Russo)

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Come la poesia può cambiarti la vita: i versi di Cesare Pavese – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Ci sono certi giorni che pesano come macigni e non sai il perché, vanno così e sembra non ci sia nulla da fare al riguardo. In quei giorni ci sono poche cose che riescono a salvarmi ed una di queste è la Poesia. Mi siedo, oppure sto in piedi, prendo un libro e lascio che il malumore si sciolga fra i versi, come un cucchiaino di miele in una tazza di tè; lo guardo scivolare piano piano fino a staccarsi dal foglio, ticchetta come quelle gocce d’acqua che riescono a sfuggire dal rubinetto, ma il ritmo è più lento, quasi rilassante, nulla a che vedere con le torture di un tempo. Finalmente, il miele disciolto si è disperso, staccatosi dalla pagina ha liberato i versi ed è diventato una sorta di vapore acqueo finissimo che si nasconde alla mia vista e finalmente il cuore e la mente si alleggeriscono, si fanno soffici nuvole di zucchero filato, perché è così che credevo fossero davvero da piccola, quando fantasticavo di tuffarmici dentro per gioco.

Il peso dal cuore, oggi, me lo ha tolto Cesare Pavese (1908-1950), che purtroppo, invece, si è dato per vinto troppo giovane, cedendo a quel “vizio assurdo” di cui tanto parlava nelle lettere e non solo. Il poeta, scrittore e antifascista piemontese ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama letterario italiano, tanto nella poesia quanto nella prosa, due piani che, in realtà, riesce a fondere magistralmente in un’unica penna che sa tessere “poesie narrative” e “prose poetiche” senza il minimo sforzo, o almeno così appare.

Cesare Pavese nato nelle langhe e vissuto per diversi anni in campagna, con le mani e i piedi immersi nella terra, che tanto vagheggerà nelle sue opere, ben presto si trasferisce nella Torino antifascista dove si dedicherà agli studi con uno sguardo sempre attento e partecipe all’attualità del tempo. Pavese rifiuta da subito il verso ungarettiano e il metro tradizionale, rifiuta persino l’influenza dei poeti francesi come Baudelaire, così importanti all’epoca, per farsi ammiratore e grande conoscitore, invece, della letteratura anglo-americana; discuterà, infatti, una tesi su Walt Whitman (1819-1892) dal quale riprenderà soprattutto l’amore per la natura e la gioia delle lunghe passeggiate nei boschi, liberi, così come dovremmo essere. Questo slancio verso una diversa concezione di “comunità” e di libertà compare spesso nei suoi versi dove le persone si sdraiano sull’erba, sui fossi, sulla terra baciata dal sole o vicino ai torrenti, quasi a voler sentire il contatto tra i corpi: quello umano e quello della natura, che in realtà ci appartiene come noi apparteniamo al suo. Emblematici a tal proposito sono i seguenti versi che rappresentano, non a caso, le parole di una donna: “dovremmo poter star nudi e vederci senza fare sorrisi da furbi”. Vivere, dunque, insieme la verità di tutti senza malizie.

La vita già difficile dello scrittore sarà scossa ulteriormente dall’arresto dell’amico e intellettuale antifascista-siamo negli anni Trenta e vale la pena sottolineare l’adesione o meno al fascismo-  Leone Ginzburg (1909-1944), che vedrà di lì a poco anche la condanna al confino dello stesso Pavese il quale passerà un anno a Brancaleone Calabro, dove tuttavia non si abbandona del tutto all’amara tristezza della prigionia, ma scrive. Scrive tanto e si guarda intorno, aggiungendo splendidi versi alla già ricca raccolta “Lavorare stanca” che da tempo aspettava di essere pubblicata. La raccolta, dopo non pochi problemi con la censura fascista, verrà finalmente pubblicata nel 1936.

Le poesie di “Lavorare stanca” sono segnata da una cifra comune: il cinismo timido e risoluto di Pavese che si pone come osservatore più o meno disincantato della realtà e degli esseri umani che tutti i giorni si trovano a fare i conti con le difficoltà della vita. Conformismo, ipocrisia e frustrazione sociale sono tutti elementi che Pavese delinea e attacca con la sua penna, cercando di porsi alla stregua di un sociologo che tuttavia non può chiamarsi fuori dalla “materia” d’esame. Le poesie di questa raccolta sono, potremmo dire, asciutte, semplici, segnate da piccoli e immensi momenti rivelatori che risvegliano il lettore o la lettrice, mettendoli in crisi e costringendoli a farsi delle domande e ad interrogarsi sulla propria vita. In questi versi ci sono tanti nomi comuni, quasi nessun nome proprio, a voler indicare un’indefinitezza che solo così può abbracciare l’universale e con esso fondersi. Essendo stata scritta negli anni Trenta, non si può far a meno di collocare la raccolta nel periodo storico, e a leggere, come fece Franco Fortini, l’asfissia delle “colline insensibili”, “immobili come fossero secoli”, come l’asfissia del periodo fascista, un’impossibilità di movimento dettata non tanto dalla vita dei campi quanto dalla violenza fascista.

“Anche noi ci fermiamo a sentire la notte/ nell’istante che il vento è più nudo: le vie/ sono fredde di vento, ogni odore è caduto;/ le narici si levano verso le luci oscillanti.” Quanta bellezza in questi pochi, semplici versi? Ecco, questa è la base su cui si fonda il poetare di Pavese: la semplicità. Il suo vocabolario, infatti, si compone di un pugno di parole umilissime che tornano sempre come terra, casa, donna, nudità, silenzio e tante altre che abbiamo imparato a conoscere e ad amare col tempo, cercando sempre di scavare al fondo di ogni singola parola portatrice di universi. Sempre dalla stessa poesia:

“Anche lei si è scaldata nel sole e ora scopre/ nella sua nudità la sua vita più dolce, / che nel giorno scompare, e ha sapore di terra.”

Nel 1938, dopo aver scritto e pubblicato molto, diventa redattore di casa Einaudi curando diverse e importanti collane oltre che a lavorare con alcuni degli intellettuali più importanti dell’epoca come Elio Vittorini, Leone Ginzburg, amico ritrovato, e la stessa Natalia Ginzburg. Tra “Lavorare stanca” e “La casa in collina” (1948) c’è la Guerra, che Pavese racconta proprio nel romanzo appena citato in cui la “casa” del titolo è quella della sorella, dove lo scrittore trova rifugio durante quei terribili anni. Nel 1950 vince il Premio Strega grazie a “La bella estate” (1949) dove racconta la storia di un’adolescente che fa i conti con l’amore e con le prime esperienze segnando un cambiamento totale nella sua vita. Il tema del passaggio dall’adolescenza alla maturità, infatti, è molto caro a Pavese che lo tratta tanto in poesia quanto in prosa, mettendo a contrasto le “stagioni” della vita quali adolescenza ed età adulta proprio come mette a contrasto città e campagna.

Cesare Pavese è stato definito più volte come “una delle voci più isolate della poesia” del tempo ed in effetti la sua opera si erge solitaria in mezzo a tutte le altre, proprio come il poeta che, in fin dei conti, visse una vita altrettanto solitaria che però, penso, abbia cercato di combattere fino all’ultimo. Sebbene Pavese si definisca “vecchio” e disincantato, ormai disinnamorato della vita che altro non è che pura vanità, in realtà si tradisce con i suoi stessi versi che più volte, invece, dichiarano uno strenuo amore per la vita e per tutte le cose che battono al ritmo dello stesso cuore: “Hai un sangue, un respiro. / Vivi su questa terra.”

La raccolta pubblicata postuma “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (1951), proprio perché intrisa della consapevolezza della fine ultima e inevitabile, sembra aggrapparsi ancor di più alla vita, sino a graffiarla, quasi. Ci sono, come sempre, tante immagini di donna, spiragli di luce e di amore, ci sono gli elementi della natura che trovano dimora negli esseri umani e viceversa:

“Anche la notte ti somiglia, / la notte remota che piange/ muta, dentro il cuore profondo, e le stelle passano stanche”. O ancora: “Come/ erba viva nell’aria/ rabbrividisci e ridi, / ma tu, tu sei terra. / Sei radice feroce. Sei la terra che aspetta.”

Pavese non si è rassegnato alla vita e nemmeno alla morte, si dibatte, cade, si rialza e cade di nuovo, ma in ogni parola si respira la vita e la voglia di battersi, dolorosamente: “Lottare senza posa e pur sapere/ che questo sarà sempre il mio destino!”; “Mi sento traboccare d’una vita/ caldissima, potente”, così scriveva Pavese tra il 1923 ed il 1925. In questa “lotta” l’unica “arma” che si propone di usare è la poesia, e infatti: “Il poeta attraversa/ tutto il cielo notturno/ e ha gesti grandi, come chi combatta.”

Per parlare di Pavese e della sua penna non basterebbe un giorno intero e nemmeno tutta la delicatezza del mondo, perciò vi saluto con una sua poesia sperando di avervi fatto venir voglia di leggere le opere di questo scrittore unico nel suo genere:

Per tutta l’esistenza
ti avrò, fragilità,
nella stanchezza ardente del mio sangue.

Mi sei venuta accanto
colla promessa viva di un’aurora,
sconvolgendomi il sangue

come un grande tesoro
che si potrà conoscere
e possedere fino a sazietà.
Racchiudevi un mistero di dolore
e di gioia profonda, sconosciuta.

Oh un attimo solo di te
e mi saresti stata per la vita
un ricordo di sogno.
Ma non ti sei svelata.
Hai saputo il tuo gioco.
Sei ritornata a un tratto in mezzo al mondo
rinascondendo in te
il segreto degli occhi arrovesciati,
della tua bellezza piú grande,
dell’attimo che gioia e sofferenza
si fanno un solo brivido.

Mi hai strappate le lacrime dal cuore.
E da quel giorno buio
dinanzi al tuo ricordo
per tutta l’esistenza
dovrò soffrire ancora
la febbre del mistero che ho perduto.

(12 agosto 1928)

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Henry David Thoreau: “Ascoltare gli alberi” e ritrovarsi – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Oggi, 5 giugno, si celebra la Giornata Mondiale dell’Ambiente, il World Enviroment Day, giornata che dal 1974 vuole riportare al centro il tema dell’ambiente e della sua salvaguardia nel tentativo di sensibilizzare tutti gli individui al rispetto del nostro Pianeta, sempre più stremato dallo sfruttamento sfrenato voluto dai seguaci del dio denaro.

Il tema di questa quarantasettesima edizione, nello specifico, è quello del “Ripristino degli Ecosistemi”, sul manifesto della giornata leggiamo:

“Questo è il nostro momento. Non possiamo tornare indietro nel tempo. Ma possiamo coltivare alberi, rendere più verdi le nostre città, rinaturalizzare i nostri giardini, cambiare la nostra dieta e pulire i fiumi e le coste. Siamo la generazione che può fare pace con la natura.”

“Fare pace con la natura” sperando che lei voglia fare pace con noi: questo è l’obiettivo della nostra generazione ma anche di quelle future che dovranno, senza dubbio, riparare i danni di quelle precedenti. Basta pensare a quello che sta accadendo in Amazzonia per comprendere la gravità della situazione. Al giorno d’oggi, con le tecnologie a nostra disposizione, sarebbe possibile cambiare totalmente il corso degli eventi, non solo “salvare il salvabile”, quindi, ma addirittura migliorare la situazione partendo, ad esempio, da nuovi modelli educativi, sensibili a tematiche come quella del cambiamento climatico.

Il nostro Pianeta ha bisogno di cure, sono anni che cerca di farcelo capire: se nell’operetta morale “Dialogo della Natura e di un islandese” dello splendido poeta Giacomo Leopardi (1978-1837), era l’uomo a “fuggire la Natura” al fine di vivere una vita “oscura e tranquilla”, oggi, sarebbe la Natura stessa a fuggire da noi. Bisogna, allora, iniziare ad ascoltare la voce limpida della Natura, comprenderne le richieste più che evidenti e finalmente agire.

A proposito di ascoltare, c’è un libretto che ho trovato estremamente bello e prezioso dell’americano Henry David Thoreau (1817-1862), che si intitola proprio “Ascoltare gli alberi”. Henry David Thoreau è stato un filoso e uno scrittore, famoso il testo autobiografico “Walden ovvero vita nei boschi” (1854) e il celebre saggio “Disobbedienza Civile” (1849). “Walden” racconta dei due anni che Thoreau trascorse in totale solitudine e autonomia nei boschi nei pressi di Concord, Massachusetts, diventando ben presto un vero e proprio libro sacro della filosofia del “ritorno alla natura”, nonché libro fondamentale per gli ecologisti. Il saggio “Disobbedienza civile”, invece, ha riscosso un successo così grande tanto da ispirare personaggi come Gandhi oltre che ad essere ancor oggi oggetto di accesi dibattiti sulla legittimità dell’infrangere le leggi qualora esse non rispecchino il volere dei cittadini.

Il libro che vi propongo è piuttosto minuto ma denso di riflessioni profonde, tratte perlopiù dal diario di Thoreau. L’ho letto in pochi giorni, tra una fermata del tram e l’altra, ritrovandomi anche io a viaggiare, come Thoreau, fra boschi e ruscelli, nonostante mi dimenassi fra rotaie e strade chiassose. Nonostante l’ambiente non proprio bucolico, sono comunque riuscita a respirare la stessa pace che il filosofo americano ritrovava nella natura, riuscendo a sentire persino “il grillo, il gorgoglio del ruscello” e “il fruscio del vento fra gli alberi” parlarmi “in modo sobrio ma incoraggiante de continuo progresso dell’universo.”
Il nostro Thoreau consiglia proprio di ascoltare la voce dei rami e delle foglie per riuscire a ritrovare il proprio posto nel mondo, tanto fra la gente quanto fra gli alberi stessi, in un’armoniosa unione con tutto ciò che ci circonda, senza opposizione alcuna.

“È straordinario come siano universali questi imponenti sussurri, questi sfondi sonori- la risacca, il vento nella foresta, le cascate e così via- che pure all’orecchio e nell’origine sono essenzialmente una sola voce, la voce della terra, il respiro o il russare della creatura. La terra è la nostra nave e questo è il suono del vento nel sartiame mentre navighiamo.”

Nel corso della lettura, ci si imbatte spesso nei paragoni che l’autore tesse fra la natura- più nello specifico gli alberi- e gli esseri umani, che condividerebbero tra le altre cose la Crescita, un elemento straordinario, che non è determinato tanto dal tempo quanto dalle caratteristiche intrinseche possedute da ogni essere:

“L’uomo è come un albero che non è limitato dall’età, ma cresce fin quando ha radice nel terreno. Dobbiamo solo vivere nell’alburno e non nel durame. Il troncone contorto ha radici tenere quanto il giovane alberello.”

Attraverso gli occhi dell’autore ci ritroviamo a camminare fra piante sconosciute e altre note ma che, cangiando di continuo, ci appaiono sempre nuove. Nessuna cima d’albero vista all’alba è uguale a quella vista al tramonto e così noi. La Natura può insegnarci tanto, come ci dice lo scrittore, ma più spesso ci ricorda semplicemente di chi siamo e di quei valori che ci scorrono dentro come la tenacia e la resistenza. A pensarci bene non siamo così diversi da quei pini imperituri che “combattono con le tempeste di un secolo” portano innumerevoli, sofferte e meravigliose cicatrici, “eppure non si ritirano mai.”

L’autore, oltre a regalarci immagini vivaci di paesaggi silvestri, attraverso un linguaggio estremamente poetico, ci regala anche un innato ottimismo che può aiutarci a superare le sfide della vita, come leggiamo nella riflessione riguardo all’amamelide:

“Mentre le sue foglie cadono, sgorgano i fiori. L’autunno, allora, è in realtà una primavera. Tutto l’anno è una primavera.”

Buona Giornata Mondiale dell’Ambiente e buona lettura!

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

“Non dire un parola che non sia d’amore” – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

XIV

Amo il pezzo di terra che tu sei,
perché delle praterie planetarie
altra stella non ho. Tu ripeti
la moltiplicazione dell’universo.

I tuoi grandi occhi son la luce che posseggo
delle costellazioni sconfitte,
la tua pelle palpita come le strade
che percorre la meteora nella pioggia.

Di tanta luna furon per me i tuoi fianchi,
di tutto il sole la tua bocca profonda e la sua delizia,
di tanta luce ardente come miele nell’ombra

Il tuo cuore arso da lunghi raggi rossi,
e così percorro il fuoco della tua forma baciandoti,
piccola e planetaria, colomba e geografia.”

(Pablo Neruda, Cento Sonetti d’Amore)

San Lorenzo è un quartiere romantico e feroce, giovane e anziano: ambientazione perfetta per un film sulla Vita. Le strade sono raramente silenziose: vi si intrecciano culture e generazioni diverse, gioie e drammi. Il tutto vi abita in un equilibrio inspiegabilmente naturale, come se non potesse essere altrimenti, come se fosse così da sempre.

San Lorenzo profuma di Resistenza e Birra Peroni, mentre nell’aria, tra i rintocchi delle campane più tristi di Roma, riecheggiano lingue diverse e da una lontananza che risale al 1943, ancora giunge fioco l’eco delle bombe, memento per il futuro.

“Non dire una parola che non sia d’amore”. Così recita un muro nel tratto di Via Tiburtina che costeggia il Verano. Sono anni che vedo quella scritta almeno una volta a settimana, eppure non smette ancora di stupirmi, di farmi pensare, di emozionarmi. Ed è così che ogni volta, assorta nei miei pensieri, finisco per perdere l’autobus. Tutta “colpa” dell’amore. Quell’amore che il grande poeta Pablo Neruda (1904-1973) ha splendidamente cantato per tutta la sua vita.

Tra le raccolte nerudiane “Cien sonetos de amor” (Cento sonetti d’amore) è sicuramente una delle più rappresentative e che affronta il sentimento amoroso a 360° attraverso la figura dell’amata, Matilde Urrutia, che è spesso paragonata alla “terra”, elemento vivifico, centro e origine del tutto. La raccolta è divisa in quattro “capitoli” che corrispondo alle quattro fasi della giornata- Mattino, Mezzogiorno, Pomeriggio e Sera– ma che altro non sono metafora della parabola amorosa.

Per il poeta l’unica chiave per comprendere il mondo e per farvi parte è proprio l’Amore, che egli conosce attraverso l’amata: terra, legno, sangue e pane, tutti elementi positivi che più volte tornano a descriverla. La visione di fondo del poeta è profondamente panteistica, come leggiamo in splendidi versi come “Nel tuo abbraccio io abbraccio ciò che esiste/ l’arena il tempo, l’albero della pioggia/ e tutto vive perché io viva.”

Tuttavia, le immagini vivifiche e felici della prime due sezioni, subiscono una naturale trasformazione ed un certo incupimento nell’avvicinarsi della “Tarde”, ovvero il Pomeriggio. Qui è l’assenza dell’amata l’immagine che più torna e con essa tutto ciò che ne deriva, soprattutto un continuo senso di malinconia che avvolge il poeta e l’universo, in un sentire così profondo che definisce “intercostale”. Le note di tristezza che tingono queste ultime sezioni, però, trovano sempre riscatto, perché è nel rinnovarsi dell’amore che il poeta trova coraggio e slancio verso l’universo. “Il giorno che stinge i suoi petali graduali” è un verso di rara bellezza che ben descrive l’ansia del poeta nei confronti del tempo che scorre inesorabile e la paura della morte, che non fa sconti a nessuno. Più volte in Notte è la morte a muoversi tra i versi coraggiosi del poeta, che pur avendone chiara la presenza, continua a sperare nell’amore e nell’amata che si augura possa “continuare a fiorire” e a vivere in tutte le cose che amarono e che videro insieme, come il mare, la sabbia e il vento.

Sebbene in questa parte finale si respiri una certa tristezza, il poeta non si abbandona fino in fondo poiché capisce che l’unica cosa che può superare la morte è l’Amore che tutto può e che può veramente dirsi immortale. Così nel finale, nell’ultimissimo sonetto della raccolta gioiamo del riscatto del poeta, degli innamorati, e della speranza che nessuno muore davvero se ha conosciuto Amore: “E lì dove respirano i garofani/ fonderemo un vestito che resista/ l’eternità di un bacio vittorioso.”

Amiamo e innamoriamoci, dunque!

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

A che serve la letteratura? – Di fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

 “La letteratura ha ridestato in me quelle idee che bisognerebbe avere nei riguardi di ogni cosa e di cui prima non mi ero resa conto. In queste idee, che sono tutt’altro che scientifiche e perfette, si trovano tuttavia i motivi reconditi che mi hanno spinto a lottare fino a battere la testa e a farla sanguinare. Ma non me ne pento. Quando si è innamorati di qualcosa o di qualcuno non si è mai oggettivi o razionali.”

(Zhang Jie, “Uno studio sulla perseveranza” (1981), trad. M.E. Testa)

Zhang Jie (1937) è una delle autrici più importanti della letteratura cinese del ‘900. Dopo gli anni terribili della Grande Rivoluzione Culturale (1966-1976, secondo gli storici cinesi) riesce a dare voce alla sua penna, elegante e dura al tempo stesso, e a parlare dei temi a lei più cari quali l’amore con la “a” maiuscola, la condizione femminile e, più in generale, le vicissitudini umane: storie comuni di gente comune con tutto quello che ne consegue. 

Queste poche, profonde, righe riprese da un suo saggio mi riecheggiano nella mente da ormai qualche mese. Più volte, infatti, mi sono interrogata sul ruolo della letteratura, o meglio, sul ruolo che quest’antica forma d’arte e di Essere ha oggi per le persone. La risposta non è mai la stessa e non è nemmeno definitiva, per fortuna, ma più volte mi è sembrato di trovarmi a fronteggiare un muro di indifferenza e scetticismo nei confronti di questa tematica, eretto da tutte quelle persone alle quali ho sentito dire: “Sì, bella la letteratura, ma poi che ci fai?”. Tutto si riduce, insomma, ad una mera soddisfazione dei bisogni materiali: le cose devono servirti e tutto ciò che non serve è inutile, lo dice la parola stessa…Eppure non mi convince, non ci sto. Ho sempre avuto la sensazione che perseguire l’utile, in fondo, fosse una grande fregatura, anzi, un vero e proprio pericolo per la propria identità. Se non vi fidate di me, fidatevi di Zhuangzi, filosofo cinese vissuto, forse, tra il IV e il III secolo a.e.c. che diceva:


“Solo coloro che conoscono il valore dell’inutile possono parlare di ciò che è utile. La terra che calpestiamo è immensa, ma questa immensità non ha valore pratico: l’unica cosa che serve per spostarci è lo spazio ricoperto dalla pianta dei nostri piedi. Supponiamo che uno perfori la terra su cui camminiamo, scavando una fossa così profonda da arrivare giù fino alla Fonte Gialla: avrebbero una qualche utilità i due pezzi di terreno su cui poggiano i nostri piedi?”. Hui-Tzu rispose: “Effettivamente, sarebbero inutili”. E il maestro concluse: “Dunque, è evidente l’utilità dell’inutilità”.

(Chuang-Tzu, brani scelti da Ottavio Paz, Oscar Mondadori)

Per ognuno di noi la letteratura ha un valore diverso, ognuno di noi crea delle immagini proprie ed uniche a partire dalle parole scritte da qualcun altro e la cosa meravigliosa è che l’opera vive sempre di vita propria a prescindere dalla mano che le ha dato vita, essa diventa di tutti, diversa ad ogni lettura, mai identica, sempre in trasformazione come l’identità di chi legge. E questo lo sapeva bene William Shakespeare (1564-1616) che era consapevole di come i suoi versi sarebbero vissuti in eterno superando ogni barriera, ogni confine, eternando la sua amata e la scrittura stessa, come leggiamo negli ultimi versi del celeberrimo sonetto n. 18: “finché ci sarà un respiro od occhi per vedere/ questi versi avranno luce e ti daranno vita.”

Nel caso di Zhang Jie, la letteratura le ha permesso di restare umana come afferma lucidamente lei stessa, ha fatto sì che lei potesse rimanere “un essere umano vivo”, perché c’è differenza fra Vivere e sopravvivere, fra passare le giornate e viverle intensamente, anche nell’umile poetica-prosaicità di ogni giorno.

Mi sembra che tutto porti ad una parola, cioè Ricerca perché cos’è la letteratura se non ricerca continua? Il vento che gonfia le vele spiegate della “barca della Ricerca” è fatto di tante cose secondo me, e fra di esse c’è di certo la letteratura in tutte le sue declinazioni e sfumature con la sua natura fondamentalmente democratica. Essa rappresenta una Ricerca personale e sociale al tempo stesso, di rapporto, partendo dal singolo fino ad abbracciare il mondo intero di cui tutti e tutte siamo parte integrante, pensante, “leggente” e “scrivente”, e non solo numeri o ombre di passaggio, come ci vogliono far credere.

Ci sarebbe tantissimo altro da dire proprio perché la letteratura è in grado di abbracciare la “molteplicità” nella sua forma più varia e completa ed io, forse, non ho ancora le parole per dire di più, forse domani ne troverò di migliori, forse mai, forse qualcuno le ha già trovate per e le ha scritte su un foglio sgualcito, infilato in una bottiglia che ora galleggia chissà in quali mari.

Charles Baudelaire (1821-1867) scriveva Enivrez-vous, cioè “Ubriacatevi”, scegliete voi di cosa, io mi faccio un altro sorso di letteratura.

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

“Un giorno senza vederti è lungo tre mesi”: viaggio nella poesia cinese delle origini – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Azzurro, azzurro è il tuo colletto,
triste, tanto triste il mio cuore!
Anche se non ti ho seguito
perché non hai mandato tue notizie?

Azzurro, azzurro il tuo fermaglio,
tristi, tanto tristi i miei pensieri!
Anche se non ti ho seguito
perché non hai fatto ritorno?

Vado e vengo irrequieta
alla torre delle mura.
Un giorno senza vederti
è lungo tre mesi!

青青子衿,
悠悠我心。
纵我不往,
子宁不嗣音?

青青子佩,
悠悠我思。
纵我不往,
子宁不来?

挑兮达兮,
在城阙兮。
一日不见,
如三月兮。

(Traduzione della poesia zijin 子衿 (Il colletto) di Giuliano Bertuccioli, ne “La letteratura cinese”, edito da L’asino d’Oro edizioni, 2013)

Così recita uno dei più antichi componimenti tratto dalla prima raccolta di poesie della storia cinese, lo Shi诗, poi canonizzato come Shijing诗经, noto come “Classico delle poesie” o “Classico delle odi” composto in un periodo di tempo che va dal 1000 a.e.c. al 600 a.e.c.

Questa antichissima raccolta poetica consta di 305 componimenti distribuiti in quattro diverse sezioni, ognuna delle quali è dedicata, con le dovute differenze anche a livello metrico e linguistico, a temi e “ambienti” specifici: dagli illustri antenati, ai sovrani, fino ai contadini e alla loro semplice, profondissima vita. La sezione detta “Arie dei principati”, Guofeng 国风, è proprio quella che con ben 160 poesie ci rende un’immagine nitida della vita agreste del tempo, ma soprattutto del sentire profondo di quelle donne e quegli uomini che in tale epoca vissero, con tutte le loro “preoccupazioni” materiali e affettive. Di questa sezione, moltissime sono le poesie ascrivibili a donne, poetesse anonime il cui canto può ancora parlarci di cose vere e profonde, di temi universali che ritroviamo, fortunatamente, anche nella nostra “moderna” quotidianità.
Dopo anni, anzi, secoli di silenzio si è sviluppata una nuova critica letteraria che riconosce, finalmente, la forte presenza di voci femminili all’interno della raccolta. Voci che erano state silenziate da una tradizione ermeneutica che ha interpretato le poesie come un insieme di componimenti dal carattere rigorosamente storico-morale e in linea, dunque, con l’etica confuciana.

I componimenti delle “Arie dei principati” ci raccontano di una libertà di movimento e rapporto della donna che sarà rara, se non nulla, nei secoli avvenire in cui la donna sarà sempre associata alla sfera “interna”, del nei 内che significa “dentro”, appunto, e dunque la casa, ma non basta: della casa avranno accesso solo alle stanze più remote, più solitarie e silenziose, lontane dal mondo reale, il mondo esterno, “fuori”, cioè wai 外, tradizionale dominio dell’uomo razionale.

Quelle che sembrano poesie composte da anonime poetesse ci possono portare pensare che i primi poeti cinesi non fossero solo gli uomini, i letterati o i funzionari di corte, ma anche le donne che godendo di una grande libertà, soprattutto nel rapporto con l’altro, ed essendo così fedeli al loro sentire più intimo, avrebbero sviluppato un linguaggio poetico sgombro da complicati artifici retorici che all’uomo, impegnato in attività ben più materiali, era, forse, sconosciuto. 

La società che si muove all’interno del Guofeng è quella dei contadini, la cui vita sociale si animava durante le feste stagionali in cui i gruppi locali minori si riunivano per rinvigorire e rinnovare la loro unione. I giovani dei diversi paesi avevano durante queste celebrazioni la possibilità di incontrarsi liberamente, senza troppi impedimenti: molte delle poesie dello Shijing sono infatti ambientate fra i pascoli, presso i corsi d’acqua o alle mura delle città, luoghi privilegiati per gli incontri romantici di questi giovani e queste giovani pieni di vitalità. A tal proposito, bisogna sottolineare la presenza di svariati componimenti aventi come tema principale l’amore in tutte le sue sfumature, presenza che fu tradizionalmente negata da una tradizione ermeneutica diffusasi a partire dal II secolo e.c. circa, attribuita ad un certo signor Mao 毛 che attraverso una serie di glosse e commenti riduce le poesie d’amore a metafore per parlare di argomenti come il rapporto fra suddito e sovrano, diventando vere e proprie parabole educative i cui protagonisti vengono associati a personaggi storici realmente esistiti spazzando via insieme all’amore anche le donne.

Abbandonando i commentari ci si accorge che fra i tesori inestimabili che il “Libro delle poesie” ci offre c’è la possibilità di vedere, leggere e conoscere la donna del tempo senza che l’uomo ce ne serva un’immagine filtrata. Se, come appare, queste poesie sono davvero frutto del genio femminile, è possibile, allora, leggere la donna attraverso le sue stesse parole con le quali racconta le sue vicende ma soprattutto i suoi sentimenti fornendoci un’immagine di donna nel complesso positiva: le protagoniste della raccolta esprimono il loro sentire senza riserve, come nella poesia numero 96 intitolata “Il canto del gallo” (Jiming 鸡鸣) in cui la donna cerca di convincere l’amante che non è il sole a splendere, bensì la luna perché in fondo sarebbe così dolce “sognare ancora assieme”. All’unione, spesso, si accompagna la separazione, uno dei temi più ricorrenti della poesia cinese in generale, non solo quella dall’amato o dall’amata ma anche e soprattutto quella dal luogo natio. Il lamento delle donne delle “Arie dei principati” nasce soprattutto dalla lontananza dell’amato, spesso provocata dalle guerre. L’attesa di un ritorno che date le circostanze era più che difficile, è quasi insopportabile. Il tempo allora si distorce, i giorni sembrano infiniti ed il linguaggio delle donne si fa più cupo, come il tempo atmosferico che non segue più le leggi naturali ma quelle del cuore, come nella poesia “Sempre vento” che recita: “Nuvole fitte, cielo oscuro, romba, romba, il tuono, mi sveglio e non riesco a dormire, ti desidero e languo per te”. Quando la separazione si fa insopportabile ci si sente “svuotate”, “asciutte” come piante essiccate al sole metafora che si trova nella poesia numero 62 in cui viene invocata la pioggia, l’acqua che dà vita, cioè quella del rapporto sano fra l’uomo e la donna che rigenera e arricchisce interiormente al contrario del sole che, se troppo caldo, asciuga e toglie linfa vitale: “Oh, se solo piovesse, se solo piovesse, ma è il sole cocente a farsi avanti. Intensamente penso al mio uomo, il mio cuore è rassegnato e la testa non mi dà pace.” 

La forza di queste poesie, di questo eterno canto sta nel riuscire a veicolare i sentimenti umani in tutta la loro “complessa semplicità” utilizzando un linguaggio vero e familiare che proprio perché tale incanta il lettore.

In un periodo come il nostro nel quale si riscontra una preoccupante involuzione per quanto riguarda tematiche quali l’uguaglianza fra i sessi e nel quale la diversità è intesa più come barriera che come ponte fra gli esseri umani, penso sia importante e necessario riconoscere e ridare alle donne la loro identità attraverso tutti i mezzi possibili perché nel mondo non ci siano più episodi di violenza o discriminazione. Sostenere le donne e parlare delle loro opere, qualunque esse siano, non significa discriminare ciò che gli uomini hanno fatto ma porre entrambi sullo stesso piano, perché soltanto riconoscendo la diversità nell’uguaglianza dell’uomo e della donna si può lavorare per creare un mondo libero, umano e migliore.

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Vita sulla Terra – Di fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Due giorni fa la NASA ha inviato con successo il rover Perseverance su Marte per cercare tracce di vita passata presso il bacino di un antichissimo lago, ormai arido. Una missione ambiziosissima che ci lascia già sognare ad occhi aperti, come le prime immagini della rossa superficie del pianeta inviate a noi terrestri, inguaribili curiosi, bambini che non si fermano mai al primo “perché”.

Proprio qualche giorno fa, un pensiero si era infiltrato silenzioso nella mia mente, quasi non fosse mio, proiettandomi in una frazione di secondo al centro dell’Universo, circondata da silenzio e stelle: in realtà ero davanti ad un rossissimo tramonto sul mare, le coppie si abbracciavano sul molo mentre i pescatori lasciavano che l’esca scendesse in profondità, nella speranza di tirar su qualcosa e di far passare il tempo. Un nonno ed una nonna si tenevano stretti su di una panchina e ridevano di cuore; alzai lo sguardo e vidi che la luna era già alta, pronta per dare il cambio al sole che, mai stanco, si preparava ad una nuova alba dall’altra parte del mondo. Una bambina ammirava lo spettacolo dal suo passeggino, persa nei colori del cielo sbavato nel mare, intanto il papà si godeva lo spettacolo di quelle manine allegre, lo spettacolo del suo amore infinito che non sarebbe mai tramontato. In quel momento, con gli occhi pieni di vita, pensai a che idea si sarebbe fatto di noi esseri umani un ipotetico alieno di passaggio. Me lo immaginai incuriosito, incollato all’oblò del suo disco volante, incredulo nel vedere gesti che non significavano niente, azioni fatte per niente, gente imbambolata davanti alla voce del mare, che per lui, forse, non era più che un grande ammasso d’acqua salata. Avevo esagerato? Forse.

Pensai, però, che quella sarebbe stata un’immagine bellissima da trasmettere nello Spazio, un’immagine vera che ci avrebbe reso giustizia: un tramonto, il profumo del mare, la gioia che lentamente si scioglie nel cuore, ed un abbraccio che nasce spontaneo cullato dalla fresca brezza della sera in arrivo, il volersi bene senza una ragione. Ecco. Siamo così, cari alieni, irrazionali e sognatori, amanti delle piccole cose.

Khalil Gibran (1883-1931), poeta libanese e Profeta scrisse:  “ Perché è nella rugiada delle piccole cose che il cuore trova il suo mattino e si ristora.” Sono sempre più convinta che sia così, che davvero nei dettagli delle piccole cose si trovi l’essenza e la chiave per capire e capirci, il senso dello stare al mondo.

Quel giorno al molo, la mia chiave erano un profilo noto stagliato sull’orizzonte e una mano sempre pronta ad accogliere la mia tenendola stretta, anche ad anni luce di distanza. Quella chiave è ogni giorno nuova: oggi un sorriso, domani un caffè in compagnia. Ognuno di noi ne possiede infinite, basta solo farci caso.

Durante il lockdown scrissi nero su bianco:

Delle piccole cose

Vorrei essere
la voce delle
Piccole cose,
poetessa
dei quaderni
di prima elementare,
della tovaglia
che hai scelto
per apparecchiare.

Vorrei essere
il suono del
libro che
sfogli
la sera,
l’odore della
pelle di chi
Ami.

Cantare
l’immensità
degli abbracci sinceri
e del tuo primo sorriso.
Che bello sarebbe
Scrivere
un’ode alla
tua Mano
che prepara la cena.

Che poi la Vita
non è forse tutta qui?
Nell’Infinità delle
Piccole cose
di cui non so dire,
come il miracolo
del cielo al tramonto
e dei tuoi occhi
al mattino.

Poesia ed articolo di Martina Benigni