365 giorni, Libroarbitrio

“Non dire un parola che non sia d’amore” – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

XIV

Amo il pezzo di terra che tu sei,
perché delle praterie planetarie
altra stella non ho. Tu ripeti
la moltiplicazione dell’universo.

I tuoi grandi occhi son la luce che posseggo
delle costellazioni sconfitte,
la tua pelle palpita come le strade
che percorre la meteora nella pioggia.

Di tanta luna furon per me i tuoi fianchi,
di tutto il sole la tua bocca profonda e la sua delizia,
di tanta luce ardente come miele nell’ombra

Il tuo cuore arso da lunghi raggi rossi,
e così percorro il fuoco della tua forma baciandoti,
piccola e planetaria, colomba e geografia.”

(Pablo Neruda, Cento Sonetti d’Amore)

San Lorenzo è un quartiere romantico e feroce, giovane e anziano: ambientazione perfetta per un film sulla Vita. Le strade sono raramente silenziose: vi si intrecciano culture e generazioni diverse, gioie e drammi. Il tutto vi abita in un equilibrio inspiegabilmente naturale, come se non potesse essere altrimenti, come se fosse così da sempre.

San Lorenzo profuma di Resistenza e Birra Peroni, mentre nell’aria, tra i rintocchi delle campane più tristi di Roma, riecheggiano lingue diverse e da una lontananza che risale al 1943, ancora giunge fioco l’eco delle bombe, memento per il futuro.

“Non dire una parola che non sia d’amore”. Così recita un muro nel tratto di Via Tiburtina che costeggia il Verano. Sono anni che vedo quella scritta almeno una volta a settimana, eppure non smette ancora di stupirmi, di farmi pensare, di emozionarmi. Ed è così che ogni volta, assorta nei miei pensieri, finisco per perdere l’autobus. Tutta “colpa” dell’amore. Quell’amore che il grande poeta Pablo Neruda (1904-1973) ha splendidamente cantato per tutta la sua vita.

Tra le raccolte nerudiane “Cien sonetos de amor” (Cento sonetti d’amore) è sicuramente una delle più rappresentative e che affronta il sentimento amoroso a 360° attraverso la figura dell’amata, Matilde Urrutia, che è spesso paragonata alla “terra”, elemento vivifico, centro e origine del tutto. La raccolta è divisa in quattro “capitoli” che corrispondo alle quattro fasi della giornata- Mattino, Mezzogiorno, Pomeriggio e Sera– ma che altro non sono metafora della parabola amorosa.

Per il poeta l’unica chiave per comprendere il mondo e per farvi parte è proprio l’Amore, che egli conosce attraverso l’amata: terra, legno, sangue e pane, tutti elementi positivi che più volte tornano a descriverla. La visione di fondo del poeta è profondamente panteistica, come leggiamo in splendidi versi come “Nel tuo abbraccio io abbraccio ciò che esiste/ l’arena il tempo, l’albero della pioggia/ e tutto vive perché io viva.”

Tuttavia, le immagini vivifiche e felici della prime due sezioni, subiscono una naturale trasformazione ed un certo incupimento nell’avvicinarsi della “Tarde”, ovvero il Pomeriggio. Qui è l’assenza dell’amata l’immagine che più torna e con essa tutto ciò che ne deriva, soprattutto un continuo senso di malinconia che avvolge il poeta e l’universo, in un sentire così profondo che definisce “intercostale”. Le note di tristezza che tingono queste ultime sezioni, però, trovano sempre riscatto, perché è nel rinnovarsi dell’amore che il poeta trova coraggio e slancio verso l’universo. “Il giorno che stinge i suoi petali graduali” è un verso di rara bellezza che ben descrive l’ansia del poeta nei confronti del tempo che scorre inesorabile e la paura della morte, che non fa sconti a nessuno. Più volte in Notte è la morte a muoversi tra i versi coraggiosi del poeta, che pur avendone chiara la presenza, continua a sperare nell’amore e nell’amata che si augura possa “continuare a fiorire” e a vivere in tutte le cose che amarono e che videro insieme, come il mare, la sabbia e il vento.

Sebbene in questa parte finale si respiri una certa tristezza, il poeta non si abbandona fino in fondo poiché capisce che l’unica cosa che può superare la morte è l’Amore che tutto può e che può veramente dirsi immortale. Così nel finale, nell’ultimissimo sonetto della raccolta gioiamo del riscatto del poeta, degli innamorati, e della speranza che nessuno muore davvero se ha conosciuto Amore: “E lì dove respirano i garofani/ fonderemo un vestito che resista/ l’eternità di un bacio vittorioso.”

Amiamo e innamoriamoci, dunque!

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

A che serve la letteratura? – Di fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

 “La letteratura ha ridestato in me quelle idee che bisognerebbe avere nei riguardi di ogni cosa e di cui prima non mi ero resa conto. In queste idee, che sono tutt’altro che scientifiche e perfette, si trovano tuttavia i motivi reconditi che mi hanno spinto a lottare fino a battere la testa e a farla sanguinare. Ma non me ne pento. Quando si è innamorati di qualcosa o di qualcuno non si è mai oggettivi o razionali.”

(Zhang Jie, “Uno studio sulla perseveranza” (1981), trad. M.E. Testa)

Zhang Jie (1937) è una delle autrici più importanti della letteratura cinese del ‘900. Dopo gli anni terribili della Grande Rivoluzione Culturale (1966-1976, secondo gli storici cinesi) riesce a dare voce alla sua penna, elegante e dura al tempo stesso, e a parlare dei temi a lei più cari quali l’amore con la “a” maiuscola, la condizione femminile e, più in generale, le vicissitudini umane: storie comuni di gente comune con tutto quello che ne consegue. 

Queste poche, profonde, righe riprese da un suo saggio mi riecheggiano nella mente da ormai qualche mese. Più volte, infatti, mi sono interrogata sul ruolo della letteratura, o meglio, sul ruolo che quest’antica forma d’arte e di Essere ha oggi per le persone. La risposta non è mai la stessa e non è nemmeno definitiva, per fortuna, ma più volte mi è sembrato di trovarmi a fronteggiare un muro di indifferenza e scetticismo nei confronti di questa tematica, eretto da tutte quelle persone alle quali ho sentito dire: “Sì, bella la letteratura, ma poi che ci fai?”. Tutto si riduce, insomma, ad una mera soddisfazione dei bisogni materiali: le cose devono servirti e tutto ciò che non serve è inutile, lo dice la parola stessa…Eppure non mi convince, non ci sto. Ho sempre avuto la sensazione che perseguire l’utile, in fondo, fosse una grande fregatura, anzi, un vero e proprio pericolo per la propria identità. Se non vi fidate di me, fidatevi di Zhuangzi, filosofo cinese vissuto, forse, tra il IV e il III secolo a.e.c. che diceva:


“Solo coloro che conoscono il valore dell’inutile possono parlare di ciò che è utile. La terra che calpestiamo è immensa, ma questa immensità non ha valore pratico: l’unica cosa che serve per spostarci è lo spazio ricoperto dalla pianta dei nostri piedi. Supponiamo che uno perfori la terra su cui camminiamo, scavando una fossa così profonda da arrivare giù fino alla Fonte Gialla: avrebbero una qualche utilità i due pezzi di terreno su cui poggiano i nostri piedi?”. Hui-Tzu rispose: “Effettivamente, sarebbero inutili”. E il maestro concluse: “Dunque, è evidente l’utilità dell’inutilità”.

(Chuang-Tzu, brani scelti da Ottavio Paz, Oscar Mondadori)

Per ognuno di noi la letteratura ha un valore diverso, ognuno di noi crea delle immagini proprie ed uniche a partire dalle parole scritte da qualcun altro e la cosa meravigliosa è che l’opera vive sempre di vita propria a prescindere dalla mano che le ha dato vita, essa diventa di tutti, diversa ad ogni lettura, mai identica, sempre in trasformazione come l’identità di chi legge. E questo lo sapeva bene William Shakespeare (1564-1616) che era consapevole di come i suoi versi sarebbero vissuti in eterno superando ogni barriera, ogni confine, eternando la sua amata e la scrittura stessa, come leggiamo negli ultimi versi del celeberrimo sonetto n. 18: “finché ci sarà un respiro od occhi per vedere/ questi versi avranno luce e ti daranno vita.”

Nel caso di Zhang Jie, la letteratura le ha permesso di restare umana come afferma lucidamente lei stessa, ha fatto sì che lei potesse rimanere “un essere umano vivo”, perché c’è differenza fra Vivere e sopravvivere, fra passare le giornate e viverle intensamente, anche nell’umile poetica-prosaicità di ogni giorno.

Mi sembra che tutto porti ad una parola, cioè Ricerca perché cos’è la letteratura se non ricerca continua? Il vento che gonfia le vele spiegate della “barca della Ricerca” è fatto di tante cose secondo me, e fra di esse c’è di certo la letteratura in tutte le sue declinazioni e sfumature con la sua natura fondamentalmente democratica. Essa rappresenta una Ricerca personale e sociale al tempo stesso, di rapporto, partendo dal singolo fino ad abbracciare il mondo intero di cui tutti e tutte siamo parte integrante, pensante, “leggente” e “scrivente”, e non solo numeri o ombre di passaggio, come ci vogliono far credere.

Ci sarebbe tantissimo altro da dire proprio perché la letteratura è in grado di abbracciare la “molteplicità” nella sua forma più varia e completa ed io, forse, non ho ancora le parole per dire di più, forse domani ne troverò di migliori, forse mai, forse qualcuno le ha già trovate per e le ha scritte su un foglio sgualcito, infilato in una bottiglia che ora galleggia chissà in quali mari.

Charles Baudelaire (1821-1867) scriveva Enivrez-vous, cioè “Ubriacatevi”, scegliete voi di cosa, io mi faccio un altro sorso di letteratura.

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

“Un giorno senza vederti è lungo tre mesi”: viaggio nella poesia cinese delle origini – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Azzurro, azzurro è il tuo colletto,
triste, tanto triste il mio cuore!
Anche se non ti ho seguito
perché non hai mandato tue notizie?

Azzurro, azzurro il tuo fermaglio,
tristi, tanto tristi i miei pensieri!
Anche se non ti ho seguito
perché non hai fatto ritorno?

Vado e vengo irrequieta
alla torre delle mura.
Un giorno senza vederti
è lungo tre mesi!

青青子衿,
悠悠我心。
纵我不往,
子宁不嗣音?

青青子佩,
悠悠我思。
纵我不往,
子宁不来?

挑兮达兮,
在城阙兮。
一日不见,
如三月兮。

(Traduzione della poesia zijin 子衿 (Il colletto) di Giuliano Bertuccioli, ne “La letteratura cinese”, edito da L’asino d’Oro edizioni, 2013)

Così recita uno dei più antichi componimenti tratto dalla prima raccolta di poesie della storia cinese, lo Shi诗, poi canonizzato come Shijing诗经, noto come “Classico delle poesie” o “Classico delle odi” composto in un periodo di tempo che va dal 1000 a.e.c. al 600 a.e.c.

Questa antichissima raccolta poetica consta di 305 componimenti distribuiti in quattro diverse sezioni, ognuna delle quali è dedicata, con le dovute differenze anche a livello metrico e linguistico, a temi e “ambienti” specifici: dagli illustri antenati, ai sovrani, fino ai contadini e alla loro semplice, profondissima vita. La sezione detta “Arie dei principati”, Guofeng 国风, è proprio quella che con ben 160 poesie ci rende un’immagine nitida della vita agreste del tempo, ma soprattutto del sentire profondo di quelle donne e quegli uomini che in tale epoca vissero, con tutte le loro “preoccupazioni” materiali e affettive. Di questa sezione, moltissime sono le poesie ascrivibili a donne, poetesse anonime il cui canto può ancora parlarci di cose vere e profonde, di temi universali che ritroviamo, fortunatamente, anche nella nostra “moderna” quotidianità.
Dopo anni, anzi, secoli di silenzio si è sviluppata una nuova critica letteraria che riconosce, finalmente, la forte presenza di voci femminili all’interno della raccolta. Voci che erano state silenziate da una tradizione ermeneutica che ha interpretato le poesie come un insieme di componimenti dal carattere rigorosamente storico-morale e in linea, dunque, con l’etica confuciana.

I componimenti delle “Arie dei principati” ci raccontano di una libertà di movimento e rapporto della donna che sarà rara, se non nulla, nei secoli avvenire in cui la donna sarà sempre associata alla sfera “interna”, del nei 内che significa “dentro”, appunto, e dunque la casa, ma non basta: della casa avranno accesso solo alle stanze più remote, più solitarie e silenziose, lontane dal mondo reale, il mondo esterno, “fuori”, cioè wai 外, tradizionale dominio dell’uomo razionale.

Quelle che sembrano poesie composte da anonime poetesse ci possono portare pensare che i primi poeti cinesi non fossero solo gli uomini, i letterati o i funzionari di corte, ma anche le donne che godendo di una grande libertà, soprattutto nel rapporto con l’altro, ed essendo così fedeli al loro sentire più intimo, avrebbero sviluppato un linguaggio poetico sgombro da complicati artifici retorici che all’uomo, impegnato in attività ben più materiali, era, forse, sconosciuto. 

La società che si muove all’interno del Guofeng è quella dei contadini, la cui vita sociale si animava durante le feste stagionali in cui i gruppi locali minori si riunivano per rinvigorire e rinnovare la loro unione. I giovani dei diversi paesi avevano durante queste celebrazioni la possibilità di incontrarsi liberamente, senza troppi impedimenti: molte delle poesie dello Shijing sono infatti ambientate fra i pascoli, presso i corsi d’acqua o alle mura delle città, luoghi privilegiati per gli incontri romantici di questi giovani e queste giovani pieni di vitalità. A tal proposito, bisogna sottolineare la presenza di svariati componimenti aventi come tema principale l’amore in tutte le sue sfumature, presenza che fu tradizionalmente negata da una tradizione ermeneutica diffusasi a partire dal II secolo e.c. circa, attribuita ad un certo signor Mao 毛 che attraverso una serie di glosse e commenti riduce le poesie d’amore a metafore per parlare di argomenti come il rapporto fra suddito e sovrano, diventando vere e proprie parabole educative i cui protagonisti vengono associati a personaggi storici realmente esistiti spazzando via insieme all’amore anche le donne.

Abbandonando i commentari ci si accorge che fra i tesori inestimabili che il “Libro delle poesie” ci offre c’è la possibilità di vedere, leggere e conoscere la donna del tempo senza che l’uomo ce ne serva un’immagine filtrata. Se, come appare, queste poesie sono davvero frutto del genio femminile, è possibile, allora, leggere la donna attraverso le sue stesse parole con le quali racconta le sue vicende ma soprattutto i suoi sentimenti fornendoci un’immagine di donna nel complesso positiva: le protagoniste della raccolta esprimono il loro sentire senza riserve, come nella poesia numero 96 intitolata “Il canto del gallo” (Jiming 鸡鸣) in cui la donna cerca di convincere l’amante che non è il sole a splendere, bensì la luna perché in fondo sarebbe così dolce “sognare ancora assieme”. All’unione, spesso, si accompagna la separazione, uno dei temi più ricorrenti della poesia cinese in generale, non solo quella dall’amato o dall’amata ma anche e soprattutto quella dal luogo natio. Il lamento delle donne delle “Arie dei principati” nasce soprattutto dalla lontananza dell’amato, spesso provocata dalle guerre. L’attesa di un ritorno che date le circostanze era più che difficile, è quasi insopportabile. Il tempo allora si distorce, i giorni sembrano infiniti ed il linguaggio delle donne si fa più cupo, come il tempo atmosferico che non segue più le leggi naturali ma quelle del cuore, come nella poesia “Sempre vento” che recita: “Nuvole fitte, cielo oscuro, romba, romba, il tuono, mi sveglio e non riesco a dormire, ti desidero e languo per te”. Quando la separazione si fa insopportabile ci si sente “svuotate”, “asciutte” come piante essiccate al sole metafora che si trova nella poesia numero 62 in cui viene invocata la pioggia, l’acqua che dà vita, cioè quella del rapporto sano fra l’uomo e la donna che rigenera e arricchisce interiormente al contrario del sole che, se troppo caldo, asciuga e toglie linfa vitale: “Oh, se solo piovesse, se solo piovesse, ma è il sole cocente a farsi avanti. Intensamente penso al mio uomo, il mio cuore è rassegnato e la testa non mi dà pace.” 

La forza di queste poesie, di questo eterno canto sta nel riuscire a veicolare i sentimenti umani in tutta la loro “complessa semplicità” utilizzando un linguaggio vero e familiare che proprio perché tale incanta il lettore.

In un periodo come il nostro nel quale si riscontra una preoccupante involuzione per quanto riguarda tematiche quali l’uguaglianza fra i sessi e nel quale la diversità è intesa più come barriera che come ponte fra gli esseri umani, penso sia importante e necessario riconoscere e ridare alle donne la loro identità attraverso tutti i mezzi possibili perché nel mondo non ci siano più episodi di violenza o discriminazione. Sostenere le donne e parlare delle loro opere, qualunque esse siano, non significa discriminare ciò che gli uomini hanno fatto ma porre entrambi sullo stesso piano, perché soltanto riconoscendo la diversità nell’uguaglianza dell’uomo e della donna si può lavorare per creare un mondo libero, umano e migliore.

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Vita sulla Terra – Di fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Due giorni fa la NASA ha inviato con successo il rover Perseverance su Marte per cercare tracce di vita passata presso il bacino di un antichissimo lago, ormai arido. Una missione ambiziosissima che ci lascia già sognare ad occhi aperti, come le prime immagini della rossa superficie del pianeta inviate a noi terrestri, inguaribili curiosi, bambini che non si fermano mai al primo “perché”.

Proprio qualche giorno fa, un pensiero si era infiltrato silenzioso nella mia mente, quasi non fosse mio, proiettandomi in una frazione di secondo al centro dell’Universo, circondata da silenzio e stelle: in realtà ero davanti ad un rossissimo tramonto sul mare, le coppie si abbracciavano sul molo mentre i pescatori lasciavano che l’esca scendesse in profondità, nella speranza di tirar su qualcosa e di far passare il tempo. Un nonno ed una nonna si tenevano stretti su di una panchina e ridevano di cuore; alzai lo sguardo e vidi che la luna era già alta, pronta per dare il cambio al sole che, mai stanco, si preparava ad una nuova alba dall’altra parte del mondo. Una bambina ammirava lo spettacolo dal suo passeggino, persa nei colori del cielo sbavato nel mare, intanto il papà si godeva lo spettacolo di quelle manine allegre, lo spettacolo del suo amore infinito che non sarebbe mai tramontato. In quel momento, con gli occhi pieni di vita, pensai a che idea si sarebbe fatto di noi esseri umani un ipotetico alieno di passaggio. Me lo immaginai incuriosito, incollato all’oblò del suo disco volante, incredulo nel vedere gesti che non significavano niente, azioni fatte per niente, gente imbambolata davanti alla voce del mare, che per lui, forse, non era più che un grande ammasso d’acqua salata. Avevo esagerato? Forse.

Pensai, però, che quella sarebbe stata un’immagine bellissima da trasmettere nello Spazio, un’immagine vera che ci avrebbe reso giustizia: un tramonto, il profumo del mare, la gioia che lentamente si scioglie nel cuore, ed un abbraccio che nasce spontaneo cullato dalla fresca brezza della sera in arrivo, il volersi bene senza una ragione. Ecco. Siamo così, cari alieni, irrazionali e sognatori, amanti delle piccole cose.

Khalil Gibran (1883-1931), poeta libanese e Profeta scrisse:  “ Perché è nella rugiada delle piccole cose che il cuore trova il suo mattino e si ristora.” Sono sempre più convinta che sia così, che davvero nei dettagli delle piccole cose si trovi l’essenza e la chiave per capire e capirci, il senso dello stare al mondo.

Quel giorno al molo, la mia chiave erano un profilo noto stagliato sull’orizzonte e una mano sempre pronta ad accogliere la mia tenendola stretta, anche ad anni luce di distanza. Quella chiave è ogni giorno nuova: oggi un sorriso, domani un caffè in compagnia. Ognuno di noi ne possiede infinite, basta solo farci caso.

Durante il lockdown scrissi nero su bianco:

Delle piccole cose

Vorrei essere
la voce delle
Piccole cose,
poetessa
dei quaderni
di prima elementare,
della tovaglia
che hai scelto
per apparecchiare.

Vorrei essere
il suono del
libro che
sfogli
la sera,
l’odore della
pelle di chi
Ami.

Cantare
l’immensità
degli abbracci sinceri
e del tuo primo sorriso.
Che bello sarebbe
Scrivere
un’ode alla
tua Mano
che prepara la cena.

Che poi la Vita
non è forse tutta qui?
Nell’Infinità delle
Piccole cose
di cui non so dire,
come il miracolo
del cielo al tramonto
e dei tuoi occhi
al mattino.

Poesia ed articolo di Martina Benigni