365 giorni, Libroarbitrio

Giancarlo Majorino “Milioni di minuti”

Roma 13 gennaio 2014

Giancarlo Majorino

gridano le due strisce intorno la notte
noi dovremmo essere chiamate
dovremmo, con un sorriso, se riluttiamo

è come uno sfocato padiglione
enorme il breve spazio consentito
e in esso chiodo, principio d’orazione
stanno sbattimenti alari scie di rufo
singoli o bande vaganti poi s’accucciano
per angoli o su lastre semibuie
dove dormono flessi, la Stazione

dalle due parti delle scale immobili
russano canori
e l’alba, sempre piastra di calore
e di energie, qui latita

Da Gli alleati viaggiatori, Mondadori 2001

Con questi versi Majorino mostra un suo modo specifico di intendere l’eticità:
“Non penso sia più possibile esprimere una dimensione etica solo perché l’artista, il poeta, si sporge da sé stesso e dice delle cose, ma è necessario che il poeta si immerga nel magma del reale, si assimili agli altri  e da lì provi a parlare. L’etico non è più un “dire singolo” ma viene dalla situazione e, se si riesce, occorre farlo usando un linguaggio quasi visivo, direi, capace di rendere questa molteplicità di piani che c’è nel reale.

Da Intervista a Giancarlo Majorino,
di Gabriela Fantato e Annalisa Manstretta

A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Giuseppe Conte da “Le stagioni”

Roma 11 gennaio 2014

Giuseppe Conte poeta

Il Poeta

Non sapevo che cosa è un poeta
quando guidavo alla guerra i carri
e il cavallo Xarìto mi parlava.
Ma è passata come una cometa

l’età ragazza di Ettore e di Achille:
non sono diventato altro che un uomo:
la mia anima si cerca ora nelle acque
e nel fuoco, nelle mille

famiglie dei fiori e degli alberi
negli eroi che io non sono
nei giardini dove tutta la pena

dì nascere e morire è così leggera.
Forse il poeta è un uomo che ha in sé
la crudele pietà di ogni primavera.

” I versi di questa poesia sono anteriori al 1983, il testo da cui sono tratti fa parte di un gruppo di poesie che ho scritto nel cuore degli Settanta, poi confluite ne L’oceano e il ragazzo. In quegli anni c’è stata una modifica del rapporto uomo-natura di carattere epocale. Noi eravamo abituati a vedere la natura più potente dell’uomo, all’improvviso ci si rivelò un mondo in cui la natura è uccisa, avvelenata, inquinata…Nelle poesie di quel tempo mi ponevo questo questo problema: come ritrovare un linguaggio della natura visto che il contatto con essa era andato perduto? E’ vero che la natura è uno dei temi più ricorrenti in poesia attraverso i secoli, ma va detto che negli anni Cinquanta e Sessanta era stato pressoché accantonato. Negli anni Settanta ho riscoperto la possibilità di parlare con la natura, non attraverso una fuga arcadica, come talvolta hanno scritto i miei detrattori, ma considerando la tragedia che sta vivendo la natura. Quindi ho scritto poesie in cui la natura sembra già morire. Ben pochi sanno che cos’è un albero, ben pochi sanno ascoltare il mare…Voglio dire che rischiamo di perdere la natura nelle sue rifrazioni sulla nostra anima, che poi è quello che conta”.

Tratto da Intervista a Giuseppe Conte,
di Luigi Cannillo  e Annalisa Manstretta

A domani
Lié Larousse

Spunto di lettura:
LA BIBLIOTECA DELLE VOCI
Interviste a 25 poeti italiani
Edizioni Joker