365 giorni, Libroarbitrio

Fai da tela – Caparezza

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La mia testa è nei morsi di gogna
I sensi di colpa nei sorsi di cognac
La paranoia
che nelle sere mi ingoia
Come un bicchiere di Nero di Troia dipingo pitture nere di Goya
Come se non meritassi ciò che ho
Come se contassi ma per quante ciocche ho
Assuefatto al fastidio
prendo merda addosso e mica la schivo
chiamami Steve, Oh!
Vivo in un sogno surreale come Dalì
Qualcuno mi chiede “Michele, dimmi, com’è da lì?”
Da qui? Come non si era mai visto prima
Uno sballo! Senza dietilammide né mescalina
Ti do una dritta: appendimi al muro come un Magritte!
Mettici su la mia faccia e sotto la scritta “Ceci n’est pas une pipe!”
O mettici quello che vuoi tanto non cambia!
Ascolto una voce che parla con calma

Fai,
Fai da,
Fai da te,
Fai da tela,
E lascia che la gente ti dipinga, come può
Come deve
Come crede!

La gente!
Tutti ce l’abbiamo con la gente
Come se non ne fossimo parte ci si estromette sempre
Sempre
Vorremmo la perfezione ma non può essere
Essere: ci viene male come le fototessere
Dubbi!
Chissà se è bastardo!
Chissà se è castrato!
Chissà se è bastato!
Nasconde la follia… chissà se la stano!
Mantegna insegna a fare delle frecciate un’icona San Sebastiano
Sospetto vago
Vago spettro di Christmas Carol
Ma da Escher non si esce
E mi ritrovo qui daccapo
intrappolato nella mia visione della vita, caro
Io con le mie sopracciglia da Frida Khalo
Calo
La mia testa nei morsi di gogna
I sensi di colpa nei sorsi di cognac
La paranoia che nelle sere mi ingoia
Come un bicchiere di Nero di Troia
Vede l’angoscia come ad Utoya

Fai,
Fai da,
Fai da te,
Fai da tela,
E la scia che la gente ti dipinga, come può!
Come deve!
Come crede!
Siamo come tele!
Siamo come tele!

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365 giorni, Libroarbitrio

“L’isola del dottor Moreau” H.G.Wells

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…trovai quei gridi oltremodo irritanti; essi crebbero di profondità e d’intensità con l’avanzare del pomeriggio. In un primo momento facevano pena, ma il loro costante ripetersi finì per sconvolgere completamente il mio equilibrio. Scaraventai in un canto un volume di Orazio che stavo leggendo, e cominciai a stringere i pugni, a mordermi le labbra e a camminare su e giù per la stanza.
Dopo un po’, dovetti turarmi le orecchie con le dita. La mia angoscia a quei gridi aumentava sempre di più: essi  divennero un’espressione così raffinata di sofferenza che non potei  tollerarli più a lungo, in quella stanza chiusa. Uscii fuori, nel calore sonnolento del tardo pomeriggio, oltrepassai l’ingresso principale (notai ch’era di nuovo chiuso a chiave) e girai l’angolo del recinto.
All’aperto quei gridi risuonavano con maggior forza. Pareva che in essi tutto il dolore del mondo avesse trovata una voce. Se avessi saputo dell’esistenza di un tale dolore nella stanza accanto, senza udire nessun grido, avrei sopportato la cosa abbastanza bene, l’ho sempre pensato. E’ quando il dolore trova una voce e fa vibrare i nostri nervi che siamo sconvolti dalla compassione. Nonostante la luce fulgida del sole e il verde degli alberi che ondeggiavano nella calma brezza marina, il mondo era tutto un caos, pieno di erranti fantasmi neri e rossi, finché non fui fuori di portata da ogni voce, lontano da quel recinto.

365 giorni, Libroarbitrio

SPLEEN di Charles Baudelaire

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Quando il cielo basso pesa come un coperchio
sull’anima gemente in preda lunghi affanni,
e abbracciando tutto il cerchio dell’orizzonte
dispensa un giorno nero più triste della notte;
quando la terra diventa un’umida cella,
e la Speranza come un pipistrello
sbatte contro i muri la sua timida ala
e contro il soffitto marcio picchia la testa;
quando la pioggia svolge  i suoi lunghi nastri
come le sbarre d’una prigione enorme,
e in silenzio un popolo intero di ignobili ragni
nei nostri cervelli viene a tessere le reti,
campane all’improvviso furiosamente scattano
e verso il cielo lanciano un terribile lamento,
come spiriti erranti e senza patria
che ostinati si mettono a gemere.
E lunghi funerali, senza tamburi e musica,
sfilano lentamente nella mia anima; la Speranza
vinta, piange, e l’Angoscia, atroce e dispotica,
mi pianta sul cranio piegato il suo vessillo nero.

365 giorni, Libroarbitrio

Howard Phillips Lovecraft “I gatti di Ulthar”

Roma 9 ottobre 2013

Howard Phillips Lovecraft

Nato a Providence, negli Stati Uniti, nel 1890, Howard Phillips Lovecraft ha avuto un’infanzia e un’adolescenza molto povere.

E’ riuscito comunque a compiere studi di matematica e cosmologia, scienze che gli sono state utili per la stesura delle sue prime opere di fantascienza, pubblicate su riviste specializzate.

Il suo successo di scrittore è però legato al genere horror, nel quale si è cimentato successivamente.

Autore di numerosi racconti e romanzi, Lovecraft si è ispirato soprattutto a Edgar Allan Poe, di cui è stato studioso e critico e del quale è considerato il grande erede del Novecento.

Le tradizioni del genere Horror affondano le loro radici alla fine del Settecento e nell’Ottocento.

Basti pensare alla fortuna del romanzo gotico o “nero” della fine del XVIII secolo in Inghilterra (che esaltava il “sublime del terrore” in vicende dove erano centrali la paura, il mistero, il terrore, la potenza dell’irreale), per continuare nell’Ottocento con gli scritti di Theodor Hoffmann e con la geniale opera di Edgar Allan Poe, lo scrittore per eccellenze delle tenebre, del mistero, dell’angoscia.

Nel Novecento il genere, spesso intrecciato con la fantascienza, ha acquistato caratteristiche di maggiore rapidità di lettura e facilità di comprensione ed è divenuto più popolare, perché sono stati abbandonati i significati simbolici e nascosti per lasciare più spazio alle storie vere e proprie e alle fantasie che esse suscitano.

Nel Novecento, maestro dell’horror è considerato lo scrittore Lovecraft, alla cui opera si sono successivamente ispirati tutti i principali narratori “neri”, da Robert Bloch autore di Psycho, al più recente e notissimo Stephen King.

Famoso racconto è I gatti di Ulthar scritto nel 1920: il gatto è una figura centrale nella letteratura di genere horror. Nell’antico Egitto  era un animale sacro, adorato con tale devozione da essere imbalsamato  e tumulato dopo la morte, così importante da procurare la pena capitale per chi lo avesse  in qualche modo maltrattato.Nella cultura occidentale, viceversa, per tutto il Medioevo, il gatto è stato considerato un animale demoniaco, prediletto dalle streghe e quindi da respingere e colpire, tanto che in Francia, nel giorno dei santi, c’era la tradizione di bruciare sulla piazza i gatti della città chiusi nei sacchi.Sono queste tradizioni ad ispirare la storia di Lovecraft.

Gran parte della sua opera è stata raccolta in volume solo dopo la sua morte, avvenuta a Rhode Island, negli Stati Uniti, nel 1937.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

La Poesia salva la vita

Roma 4 agosto 2013

Poesia

Muse, che tante volto ributtai,

importune correte a’ miei dolori,

per consolarmi sole ne’ miei guai

con tai versi, tai rime e tai furori,

con quali ad altri vi mostraste mai,

che de mirti si vantan ed allori…

Giordano Bruno

Le mie poesie portano un dolce profumo

come nell’aiuola tua preferita il giacinto.

Herman Hesse

E’ povero il mio dono, flebile la mia voce,

ma io vivo il mio essere sulla terra

 è di consolazione a qualcuno…

Evgenij  Baratynskij

Ti servono davvero le mie rime?

Ti danno coraggio e cibo nelle chiare

nelle scure tue solitudini preziose…?

Gerardo Diego

Rima, sonora compagna…

un tempo il tuo bel cinguettare

calmava l’anima mia,

la mia angoscia sapeva addormentare,

mi blandivi e vezzeggiavi,

lontano dal mondo mi portavi

in remote terre di magia.

Aleksandr Puskin

Le parole della poesia, come aboliscono

la morte desiderandola, così annullano

il dolore.

Toti Scialoja

A domani

LL

Spunto di lettura:
Antologia illustrata della poesia
Elvira Marinelli
Demetra Editore