365 giorni, Libroarbitrio

“Marcio” Loris Giorgi

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Fotografia di Loris Giorgi – Perth – Australia

Dovrei nutrirmi ogni giorno del tuo sapere
e bere ogni secondo il tuo immenso Amore.
Io la conosco

la quantità d’amore che è dentro di te.
Mi travolge ogni singolo giorno.

Marci
i pensieri stesi al sole
si asciugano

lasciando una scia di polvere
in una tempesta
che non è di nessuno.

Artefatta la realtà
a volte
nei miei ricordi
devia la mia lucidità
rendendomi carta al vento.

Muto
l’essere umano

assorbe le urla della terra.

Sordo
l’essere umano

continua ad andare avanti.

L’amicizia
sentirla
è come vento sulla pelle.
Costante.
Inebriante.
Necessaria,
per scavarsi dentro.

 

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365 giorni, Libroarbitrio

“La corda”

 

Le virgole possono cambiare il senso di una frase,
fino a trasformarla in una completamente diversa.

Amore

 

365 giorni, Libroarbitrio

“Dal dolore nasce il canto: Aragon!” Alphonse Dzanga Konga

Fiaba africana

Avete presente quella sensazione che accappona la pelle l’attimo prima di volgere lo sguardo al cielo?
Sta per accadere qualcosa?
Un filo di voce iniettato dal cielo stesso a richiamare la staticità della schizofrenia del corpo a terra.
Una goccia di pioggia improvvisa sul naso.
– Amica mia questa è per te.
(Il rumore di uno strappo nelle orecchie, la vista su una pagina di parole.)
– Ma no! Non dovevi. Mannaggia. Che peccato ora non lo venderai più.
– Amica mia non tutti i libri nascono per essere venduti, ma le loro parole sono state scritte per essere lette, e queste da te!
– Ma grazie! Che bel gesto, grazie grazie. Però mi dispiace che ora il libro è rovinato. Lo compro io!
– No amica mia non devi e non ti dispiacere. Io sono felice.
– Come ti chiami?
– Come te!
– Ahahaha, davvero?
– Sì!
Va bene allora ci chiamiamo uguali! Sta arrivando il mio autobus. Ti ringrazio tanto tanto. Ma proprio tanto! Ciao amico mio.
– Ciao Africa.
(Africa) 

CAVERNE

La notte, l’aspra notte.
Mi toglie il respiro.
Il giorno se n’è andato.
La notte è arrivata.
Dov’è la vita mia?
Ella emana lo stesso fetore
di questa Caverna
di tanti cicloni
qui si confonde
il giorno con la notte.
La settimana ed il mese
l’anno e la vita
e passano
insulsi e monotoni
questi giorni questi anni
come una litania che esce
dalle gole delle monache.
Aspre, acri, inacidite
in questa tomba
di uomini-leoni
sprofondati nei carnai.
Dimmi dov’è dunque la tua vita?
La mia vita la vita.
Il sole non è posizionato
in cima alle nostre teste?
E queste maschere.
Queste maschere flaccide
dormono dormono.
Un dormiveglia
orribile
penoso.
Yééé! Nanenggo!!!
Dove si sono visti?
Dove?
degli uomini ghiri?
No, questo no!
Nel nome di mio padre
da troppo dura questo sonno.
Io sono sveglio.
La mia coscienza vigila.
Sanguina di melma.
Di disgusto
di vergogna.
In questa caverna
dove non si mangia.
Non si beve.
Non si danza.
Non si canta.
Non si parla.
Non si ride.
Non si legge.
Non si…
Non si…
E la mia coscienza sanguina.
Sanguina.
Dal soffocamento.
Dall’isolamento.
Dall’odio.
Dal dolore.
Dalla collera.
Dall’ulcera.
E dalla…eccetera.
Notte troppo scura.
Notte scura troppo pesante.
Per risalire fuori
da questa caverna.
Puah! Come essere!
Mi muoio di fame.
Cielo! E’ la fine.
Non ne posso più.
Non ne posso più.
Ma chi mi sente.
Chi?
Il mio grido lo sentite
uomini della terra?
La mia caverna non ha uscita.
Sicuramente.
Il sole non brilla più.
Dov’è dunque la mia vita.
La tua vita la vita
E quelle sagome
dormono dormono
un sonno di mercurio
incuranti
incoscienti
impotenti.

IO

SONO

SVEGLIO!

365 giorni, Libroarbitrio

“Speranza d’innamorato” Maffio Venier

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Ragazza mia, visetto bello e inzuccherato,
poiché ho saputo che verrete stasera,
son diventato bello e ho cambiato cera
tanto che sembro proprio una pesca sbucciata.

Sia lodato Amore, poiché il mio mezzanino,
il mio cortile, il mio orto, e il letto
potranno dire davvero:
“So che il nostro padrone è fortunato”.

Venite presto, caro il mio conforto,
e se troverete una scusa per non venire
domani sentirete dire:
“L’amico è morto”.

Il desiderio che ho di voi è tanto,
che se non veniste mi fareste un gran torto:
mi fareste restare col cuore infranto;
son tutto miele
da quando ho saputo di nuovo che voi, ragazza mia,
vi degnate di venire a casa mia.

 

365 giorni, Libroarbitrio

Alfred de Musset :l’istinto e l’amicizia

Roma 10 luglio 2013

A Victor Hugo 

In questo vile mondo è necessario

amare molte cose per capire

infine quello che si preferisce:

i dolci, il mare, i cieli azzurri,

le donne, i cavalli, il gioco, la rosa, l’alloro,

o calpestare i fiori appena schiusi.

Molto piangere occorre e dire addio.

Poi il cuore s’accorge di essere invecchiato,

e il tempo che fugge ci rivela la causa.

Degli effimeri beni di cui poco godiamo

il meglio che ci resta è un vecchio amico.

Si litiga o ci si evita,

ma se lo vuole il caso,

ci si avvicina, ci si sorride, si stringe

l’uno all’altro la mano, e si ricorda

che insieme un giorno camminammo,

che ieri è domani e l’anima è immortale.

Alfred de Musset, nato a Parigi nel 1810 da nobile famiglia, fu poeta commediografo e narratore, dotato di ottima cultura e grande raffinatezza mondana.

Si affermò molto presto con la pubblicazione dei suoi versi nella Parigi elegante e letteraria ed entrò giovanissimo nel cenacolo romantico guidato da Victor Hugo.

Conobbe la scrittrice George Sand, pseudonimo di Amandine-Lucie-Aurore Dupin, con la quale ebbe un’intensa relazione, intessuta di forte passionalità ed esaltazione.

Al centro della sua opera collocò la ricerca del piacere, che coincise però spesso con una scelta esistenziale di annientamento.

Attento a una romantica liricità della parola, preferì lo stile elegante ed effimero all’impegno morale e civile.

pubblicò molti poemi ed opere teatrali, tra cui Le confessioni di un figlio del secolo, Uno spettacolo in poltrona, Con l’amore non si scherza, Commedie e proverbi.

Morì a Parigi nel 1857, ancora giovane, ma ormai inesorabilmente consumato dall’alcool.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

Walt Whitman: Per te, Democrazia

Roma 14 giugno 2013

 

Vieni, renderò il continente indissolubile,

creerò la razza più splendida su cui il sole abbia mai

brillato,

creerò terre divine e seducenti,

con l’amore dei compagni,

con l’amore dei compagni che dura tutta la vita.

Pianterò amicizie folte come gli alberi lungo i fiumi

d’America, e lungo le rive dei grandi laghi, e per tutte

le praterie,

costruirò città inseparabili, con le braccia l’una al collo

dell’altra,

con l’amore dei compagni,

con il vigoroso amore dei compagni.

Tutto questo io ti dono, o Democrazia, per servirti, ma

femme!.

Per te, solo per te io recito commosso questi canti.

di

Walt Whitman

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

Giuseppe Gioacchino Belli e la sua Roma spietata

Roma 25 maggio 2013

Nato a Roma nel 1791, Belli ha un’infanzia difficile. Rimasto presto orfano, conosce miseria e umiliazioni, ma si fa largo da solo ottenendo un impiego pubblico e segnalandosi nell’Accademia Tiberina.

Negli anni quaranta del primo Ottocento si dedica all’unico figlio, Ciro, facendolo studiare a Perugia perché non ama l’educazione romana impartita dai gesuiti. Ha gran rispetto per la moglie ma molti altri amori lo coinvolgono soprattutto coinvolgono la sua produzione letteraria: per la marchesina Vincenza Roberti dedica un canzoniere petrarchesco, ispirandogli anche piccantissimi versi in dialetto.

Dopo la morte prematura della moglie, ha un trasporto sentimentale per l’attrice Amalia Bettini, corteggiata da letterati come Stendhal, lei si appassiona ai suoi scritti esortandolo, invano, di proporli all’editoria.

Amatore del teatro, Belli, concepisce i suoi sonetti per la dizione vocale. Il secondo matrimonio gli permette economicamente maggiori svaghi, inizia così un periodo di viaggi per l’Italia e ricerche. L’unica città che lo appassiona è Milano che si presenta con i suoi intellettuali impegnati e una forte sensibilità del popolo nell’essere civile, doti che a Roma con i suoi pettegolezzi, l’essere cialtrona e spietata, certamente  mancano.

Nella capitale lombarda approfondisce i suoi studi autodidattici, legge le Poesie milanesi di Porta, si dimette dall’Accademia, commenta Dante con gli amici e fonda ” società di lettura” per aggiornarsi sulle riveste europee; legge ossessivamente i Canti di Leopardi e il romanzo di Manzoni avvicinandosi alle idee liberali.

Tra il 1830 e il 1849 il Belli compone oltre duemila sonetti romaneschi, importante documento sul dialetto romanesco, folclorico e antropologico, una poesia maestra per la forma  e la metrica vivace e caparbiamente espressiva.

Prepara testi introduttivi e note esplicative ma non riuscendo a pubblicarli li legge solo agli amici tra cui Gogol’ che ne resta entusiasta ma fortemente impressionato, tuttavia, la mole di scrittura supera i 45.000 versi, ed egli pubblica solo due piccole antologie nel 1837 e nel 1843.

In quegli stessi anni la nuova politica ecclesiastica lo spaventa a tal punto da dover affidare alcuni sonetti alla figura di monsignor Vincenzo Tizzani,che si occuperà della loro edizione antologica tra il 1865 e il 1866.

Rientrato nella sua odiata Roma sempre più depresso e solo, si dedica alla lettura dei suoi versi ai pochi amici rimasti, restando egli serissimo tra le loro risa.

Muore nel 1863.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

La celebrazione dell’ingegnosità e dell’intraprendenza: Robinson Crusoe

Roma 19 maggio 2013

Il romanzo s’ispira a un’avventura realmente vissuta da un marinaio inglese abbandonato su un’isola del Pacifico.

Il protagonista Robinson Crusoe, diciottenne smanioso di nuove esperienze, fugge da casa e s’imbarca su di una nave mercantile girando il mondo a caccia di avventure.

Dopo un primo naufragio, viene catturato da un pirata, ma grazie alle sue abilità riesce ad evadere e scappa in Brasile, dove fa il piantatore.

Attratto nuovamente dal mare, s’imbarca per la Guinea e fa nuovamente naufragio.

Approda fortunosamente su un’isoletta deserta alla foce del fiume Orinoco e qui l’ingegnoso Robinson riesce a procurarsi e a costruirsi tutto ciò che gli necessita per la propria sopravvivenza e per migliorare le proprie condizioni di vita.

Rimane in solitudine per venticinque anni, fino a quando non gli capita di salvare la vita ad un indigeno, sottraendolo alla ferocia di un gruppo di cannibali.

Robinson impone al selvaggio il nome di Venerdì e nel corso dei tre anni di convivenza lo educa alla mentalità e alle abitudini occidentali, facendone un abile servitore e fedele compagno.

Finalmente dopo ventotto anni  di vita selvaggia, Robinson viene riportato in patria da una nave di passaggio.

Fortuna?

Buona lettura a tutti!

A domani

LL