365 giorni, Libroarbitrio

La rinascita della poesia cinese: i poeti “oscuri” – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Le primavere morte e rinate
sono un’ardente poesia
che insieme alla mia nostalgia sollevano
una marea immensa”.

(Gu Cheng, estratto di una poesia tratto dal volume “Nuovi poeti cinesi”, Einaudi)

Come vi ho raccontato in un articolo precedente, la poesia cinese nasce migliaia di anni fa e da subito si avvale, nella forma scritta, di tutta la potenza espressiva ed estetica dei caratteri cinesi. Tale millenario poetare che si era districato fra l’alternarsi delle dinastie, sere illuminate da una languida luna, esili e guerre sanguinose, si “arresta” soltanto nel 1942 quando il Grande Timoniere, Mao Zedong, a Yan’an delinea i dettami ai quali la letteratura e l’arte si sarebbero dovute piegare da quel momento in poi.

Quelli che sono passati alla storia come i “Discorsi di Yan’an”, e che si presentavano come un occasione di “dibattito” e “scambio di opinioni”, diventano un vero e proprio dictat dal quale nessuno può tirarsi indietro. Diventa da subito chiaro come l’arte e la letteratura altro non siano che meri strumenti, armi al servizio della politica, del Partito, piccoli ingranaggi che fanno parte di una grande macchina politica nella quale, tutto sommato svolgono un ruolo necessario- ma non importante. Arte e letteratura devono “servire le masse”, “parlare delle masse con la lingua delle masse”, devono fornire il corretto esempio in modo che tutti quanti possano darsi anima e corpo alla giusta causa del comunismo cinese. Immaginate, a questo punto, che fino praticamente al 1976, anno della morte di Mao, nessuno scrittore o scrittrice ha avuto la possibilità di esprimersi liberamente senza seguire i dettami del Partito e senza ripetere le stesse frasi figlie del cosiddetto “Discorso Maoista”, una vera e propria forma mentis che ingloba e inghiotte tutto, soffocando qualsiasi spazio individuale. Un irrigidimento senza precedenti che culmina nel tetro periodo della Grande Rivoluzione Culturale (1966-1976) durante il quale gli scritti privati e dunque “pericolosi” vengono bruciati, insieme ai templi, alle poesie antiche e a tutto quello che esprime quella che secondo i Rivoluzionari era una cultura “borghese” e “antirivoluzionaria”. Le uniche forme “d’arte” e di “scrittura” permesse sono i tristemente celebri dazibao, manifesti critici dai grandi e minacciosi caratteri neri che infestano ogni strada, creando un ambiente asfittico e violento: le critiche e le accuse, insensate, che vi vengono riportate arrivano, in certi casi, a costare la vita al malcapitato o alla malcapitata presi di mira.

Con la morte di Mao, però, si apre una nuova pagina della storia cinese in generale. Dal punto di vista letterario, per esempio, si assiste ad una vera e propria rinascita, sebbene lenta e a volte un po’ claudicante: tutti quegli scrittori e quelle scrittrici che fino ad allora avevano costretto al silenzio le proprie penne, si lasciano andare ad una voglia irrefrenabile di poter far sentire la propria voce, di potersi esprimere, di poter scrivere sperimentando una lingua che a questo punto deve necessariamente ripartire da zero, spogliandosi di tutta quella retorica politica e “incamiciata” che da troppo tempo aveva costretto la ricchissima lingua cinese ad un pugno di espressioni fisse, vuote e violente. Una delle grandi rivincite di questi autori e queste autrici è la possibilità di ritornare all’Io, non al “grande Io” (in cinese, da wo大我), inteso come soggetto collettivo voluto dalla Rivoluzione, ma al “piccolo io” (xiao wo小我) che finalmente ha la possibilità di esprimere la ricchezza dell’individuo come singolo e dunque della profondità della propria identità, unica e irripetibile.

Questa riappropriazione della lingua inizia proprio dalla poesia, prima che nella narrativa, attraverso un movimento di poeti e di poetesse che all’inizio si riunì intorno ad una rivista underground, non ufficiale, nota come Jintian (今天), cioè “Oggi” , fondata nel 1978 da poeti come Bei Dao (1949-), che già nel titolo esprime l’esigenza di concentrarsi sul momento presente, lasciandosi alle spalle le brutture dei dieci anni appena trascorsi; leggiamo, infatti nell’editoriale:

“Dal bagno di sangue sorge l’alba dell’oggi, abbiamo bisogno di fiori multicolori, di fiori che appartengono veramente alla Natura, di fiori che sboccino veramente nel cuore degli uomini. Il nostro oggi ha radici nel passato e nella nostra ricca terra, ha radici, nasce e muore in questa certezza. Il passato è ormai trascorso, il futuro è ancora lontano, per la nostra generazione, oggi e soltanto oggi esiste!”

Alla poesia di questo folto gruppo di poeti-sperimentatori, viene dato dalla critica ufficiale, come spesso capita, un nome denigratorio, ovvero Menglong Sh” 朦胧诗, “Poesia Oscura”, in riferimento a quella che appariva come un’ incomprensibilità e opacità di fondo, a un poetare complesso e chiuso, i cui riferimenti spesso sfuggivano negandosi ad ogni interpretazione. Tale “gruppo”, sebbene sia improprio definirlo tale in quanto ogni poeta esprime la propria unicità artistica senza rifarsi ad alcuna regola o “scuola”, ben accettò “l’etichetta” e ne fece un vero e proprio vanto, proprio perché dietro a quell’apparente oscurità si celava una luce, più o meno flebile, spesso quella delle stelle, ma sempre presente. Secondo Yang Lian (1955-), ormai cittadino britannico e tra i maggiori esponenti della “corrente”- termine perfettibile, tutta la poesia contemporanea cinese nasce dalla rottura con la “lingua del passato” e la ricerca di una nuova lingua che meglio si attagli alle esigenze del tempo e del singolo, in una delle sue poesie, infatti, dice: “Io creo la mia lingua”, a sottolineare la riappropriazione di quest’ultima. Sebbene la poesia classica rimanga un faro sempre acceso e visibile da ogni dove, i poeti contemporanei sanno che è impossibile ricopiarla, bisogna infatti creare un nuovo modo di fare poesia che tuttavia non smette di fare i conti con i “grandi del passato”. Ciò che accomuna questi poeti è, in fondo, la consapevolezza dell’esistenza di una “pensabilità della poesia”, come sostiene Claudia Pozzana, secondo la quale la poesia sarebbe dotata di “procedure di pensiero indipendente”. 

I poeti che si radunano intorno alla rivista Jintian condividono il dolore profondo della Rivoluzione Culturale e lo esprimono in poesia attraverso un folto susseguirsi di dubbi, di domande; un continuo interrogare e interrogarsi, guidati dalla luce delle stelle e caratterizzato da immagini decisamente inusuali rispetto al panorama della poesia cinese fino ad allora. Tornano in auge parole come “vita”, “morte”, “sole”, “luna”, “io” e tante altre che seppur semplicissime e quotidiane, almeno per noi, rimandano invece a tutto un universo che era stato volontariamente dimenticato e soffocato in favore di paroloni come “socialismo”, “masse”, “guerra”, “Rivoluzione” e tante altre. Questo viaggio alla riscoperta della lingua cinese e della poesia come forma pensante e libera non è affatto facile, ci si trova a dover scavalcare a mani nude degli alti muri, come quelli di cui parla la poetessa Shu Ting (1952-) in uno dei suoi componimenti: Di notte, il muro si anima,/ stende i suoi molli tentacoli,/ mi stringe, mi soffoca,/ mi adegua a ogni forma.”

Ogni poesia meriterebbe un’attenta analisi che ne identifichi i temi principali, i rimandi al passato e al “trauma” indelebile che tuttavia può essere esorcizzato ed elaborato attraverso la parola, ma spero che sarete voi a farvi un’idea al riguardo leggendo queste splendide, difficili e necessarie voci della poesia cinese degli anni ’80. Vi lascio intanto una poesia e vi auguro una buona lettura!

Il vecchio secolo scopre la fronte
e scuote le spalle ferite
la neve copre le rovine — bianca e inquieta
come schiuma d’onde, si muove in una selva oscura
una voce sperduta ci giunge da quegli anni
non ci sono strade
attraverso questa terra che la morte ha reso misteriosa

Il vecchio secolo ingannando i suoi figli
lascia ovunque scritte irriconoscibili
la neve sulla pietra corregge la sporcizia decorata
io stringo nelle mani la mia poesia
chiamami! Nell’istante anonimo
la barca del vento portando la storia è passata in fretta
dietro di me — come un’ombra
mi segue una fine

Dunque ho capito:
un gemito non è un rifiuto, le dita della fanciulla e
il modesto mirto sono immersi nei cespugli viola
sguardi come meteoriti si tuffano nell’oceano immenso
ho capito che ogni anima infine sorgerà di nuovo
portando il profumo fresco e umido del mare
portando l’eterno sorriso e la voce che non si piega
salendo verso il puro mondo azzurro
e io declamerò il mio poema

Crederò che ogni ghiacciolo è il sole
queste rovine, essendoci io, diffondono una strana luce
tra questi campi pietrosi ho ascoltato un canto
mi nutre un seno pieno di gemme
avrò nuova dignità e sacro amore
sui campi candidi denuderò
un cuore
sul cielo candido denuderò
un cuore
e sfiderò il vecchio secolo
perché sono poeta

Sono poeta
se voglio che la rosa sbocci, la rosa sboccerà
la libertà tornerà, portando la sua piccola conchiglia
in cui risuona l’eco di una tempesta
l’aurora tornerà, la chiave dell’alba
ruoterà nella giungla, i frutti
maturi lanceranno fiamme
anch’io tornerò, a scavare di nuovo
il destino doloroso
a coltivare questa terra nascosta dalla neve.

(Poesia di Yang Lian, trad.it. Alessandro Russo)

Articolo di Martina Benigni