I Lunedì di LuccAutori – La prova ardimentosa – Antonio Fresa

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Non mi bagna questa pioggia; cade leggera, come a coprire il mio dolore e a fondersi con le mie lacrime.
Mi avvolge, come la coperta di una notte di mezz’estate in cui ci cullammo, fratello mio speciale, vicini, tu ed io.
Era bello il cielo quella sera, e veniva giù amore dalle stelle, quell’amore che non ho mai più ritrovato, così semplice come allora.
Le traiettorie nel cielo sono sempre ordinate e nette; le nostre, sulla terra, sono assai più complesse. Anche la mia vita ha percorso strade contorte che, però, mi hanno riportato qui, al punto di partenza. In fondo si dice che la meta è l’origine.
Sono seduta, qui, in questo giardino che conoscevi bene; qui, dove abbiamo vissuto forse gli unici veri momenti di serenità della nostra esistenza.
In ogni angolo ho celato un ricordo e una voce; conosco le ombre e non ho paura, anche se sono desolatamente sola, qui. Adesso tu non ci sei più e non ho più da portarti a spasso spingendo la carrozzina su cui la malattia ti aveva costretto.
* * *
Tutto è iniziato nel tardo pomeriggio. Dopo una giornata di sole, all’orizzonte il mondo si è chiuso in una morsa grigia e i colori sono cambiati.
Folate di vento ci hanno urlato che l’estate volge alla fine, ed è tempo di chiudere la casa e tornare in città.
Un rito che un tempo ci faceva intristire, ricordi? Era il segnale che la scuola si avvicinava e che la libertà estiva sarebbe stata sostituita da giornate ordinate e ripetitive. Tu amavi questa vita senza troppi orari che la casa di campagna ci concedeva; non ti sono mai piaciuti gli orari e le scadenze. Per svegliarti abbiamo inventato tanti trucchi e riti, E ti arrabbiavi, sempre.
Poco prima che la pioggia scatenasse la sua ira caricando il mondo a testa bassa, c’è stato quell’attimo di sospensione che tu avevi battezzato con un nome aulico e pomposo: “la prova ardimentosa”.
La “prova ardimentosa” era la tua; poi divenne la mia, quindi di nostro padre e infine della mamma.
La “prova ardimentosa” è la differenza fra quelli che portano tutto dentro perché “tra poco pioverà a dirotto”, e quelli che restano lì, in attesa di incontrare la pioggia e il vento, senza paura, senza tremare.
La “prova ardimentosa” finì con l’unire tutta la famiglia, in un colossale, universale, meraviglioso abbraccio: tutti sapemmo per un istante di essere te.
Noi eravamo perché tu eri, perché tu eri un essere speciale che ci riconsegnava alla gioia della vita. Il mio fratello perduto che accompagnava la mia vita: occhi aperti sulla mia anima.
* * *
La prima volta che ti vidi sotto l’acquazzone, che quasi senza avvisaglie si era scatenato sulla villa, non compresi subito quello che facevi.
Ti vidi, a mani aperte e a bocca spalancata, bere l’acqua e cibarti dell’aria fresca. Sembravi un pazzo, un pazzo bellissimo che attinge alla vita, mentre tutti intorno a lui fuggono per mettere in salvo cose e averi. Tu eri quello diverso da tutti noi, che ti guardavamo quasi con disperazione.
Sulle prime, con l’arroganza di quelli che non conoscono il dolore, pensai che stavi lì, perché non eri in grado di muoverti da solo e che, per mettere in salvo tante cose, avevamo dimenticato proprio te. Mi preoccupavo di quello che poteva accaderti.
Poi vidi quel sorriso che conoscevo, nascere sul tuo viso; quel sorriso che tu solo mi hai saputo mostrare; il sorriso perduto e bellissimo di chi accetta la vita fino in fondo senza se e senza ma.
I capelli incollati alla testa, le mani alzate a imbuto e il tuo gracile corpo rilucevano come un arcobaleno mistico. Tu mi stavi guidando a te e accettai la sfida. Tu non eri stato dimenticato; tu avevi scelto di restare ad attendere la pioggia.
Tu eri lì magicamente enorme, in quel tuo corpo piagato dal male che ti costringeva sulla tua carrozzina; eri un eroe moderno che urla il suo atto d’amore alla vita.
Finalmente compresi. Corsi da te e ti abbracciai e divenimmo una cosa sola, come solo un fratello e una sorella possono essere: e capii di amarti, di non vergognarmi più di te, di non aver più paura degli sguardi degli uomini stupidi e cattivi.
Bagnati, ci incollammo l’uno all’altro, e sperammo che potesse essere per sempre così; e lo comprese nostro padre; e lo comprese nostra madre, che, dopo urla inutili per farci rientrare, vennero verso di noi e si strinsero a noi. Benedetta fu quella pioggia.
* * *
Mi guardo intorno e vedo la siepe e gli alberi che nostro nonno aveva piantato e poi nostro padre aveva curato; guardo quelle linee colorate di fiori che la mamma amava rimpiazzare e rinvigorire; risento il correre frenetico di noi bambini con i cugini nelle lunghe giornate estive.
Questa grande casa di campagna, legata al nome di qualche avo assai ricco, è stato per noi un luogo mitico; oggi è pieno di ricordi, e di persone e situazioni perdute.
In nome di tutto ciò, siedo oggi, ancora una volta almeno, sotto questa pioggia che mi avvolge.
Ti ricordi quando capitavano tutti qui, gli zii, le zie e i cugini? Sorridevi sereno allora. O almeno così ricordo oggi, perché allora non capivo o non sapevo capire il tuo stato d’animo. Allora ero distratta; forse semplicemente non pensavo a te come a una persona particolare.
Eri mio fratello e basta; lo eri da sempre, lo eri per sempre.
Forse era il compleanno di nonna l’occasione migliore per stare insieme, qui, in questa casa che ci conteneva tutti, accogliente e avvolgente; ci sentivamo davvero a casa e davvero una grande famiglia. I preparativi per la festa ci sono sempre piaciuti e ci siamo sentiti tutti uniti nel custodire il segreto con la nonna che fingeva di non capire quello che stavamo preparando.
Ricordi le risate franche e coinvolgenti di zia Marisa quando, con il solito ritardo, capiva le battute di Gino e Lanfranco?
E i goffi movimenti di nostro cugino Piero, bambino di città, come lo chiamava la mamma?
Ricordi quante volte è caduto? Quante volte ha avuto bisogno dei punti al pronto soccorso? Quante volte lo abbiamo trovato piangente per qualche semplice ammaccatura?
A quell’epoca era lui quello strano non certo tu e la tua carrozzina. Tu eri e basta; eri mio fratello.
E ora piango, piango e piango ancora. Le lacrime mi rigano il volto e scendono aiutate dalla pioggia.
Ora piango perché tu non ci sei più. Ora piango perché sei morto ed io sono sola, davvero sola adesso, senza di te, senza il tuo sorriso, senza il tuo corpo speciale e unico, senza il tuo attaccamento alla vita.
Non avevamo più un padre e una madre, ma eravamo ancora insieme ed eravamo una famiglia, come sempre; un po’ più soli, ma eravamo l’uno con l’altro.
Tu non ci sei più e solo adesso capisco quanto tu sia stato sempre più di me, più per me, più per la vita: tu eri la vita, lo eri in modo particolare e più vero. Tu sì, tu davvero, tu unico, tu mio fratello, quello con la carrozzina.
Ho vissuto la mia vita come sai. Mi sento, in fondo, serena delle mie scelte, anche se oggi sono sola in questo enorme prato che un tempo fu pieno di volti cari.
Non ho creato una mia famiglia; non ho scelto qualcuno con cui vivere. Eppure ho vissuto e ho viaggiato; sono andata perché sapevo dove tornare.
Ho sfiorato appena un amore come quello di un tempo e non l’ho saputo afferrare come avresti fatto tu.
La mia prova ardimentosa l’ho fallita per un pelo, perché non ho avuto il tuo coraggio e non ho voluto rischiare le mie poche certezze. E così che accade, potresti farcela, ma ti metti al riparo alle prime gocce di pioggia e non fai in tempo a sentire la voce di chi ti chiama. Hai avuto paura e hai già chiuso la tua finestra, la finestra della tua casa. Così ho fatto io, fratello mio. Oggi quest’immensa casa sembra perdere senso; sola non ho modo di viverla.
* * *
Tu, come disse il piccolo Lamberto, eri il ragazzo magico che non lasciava orme; tu lasciavi solchi con le tue ruote.
E in quei solchi si stendevano le mie impronte nel prato e poi nella terra: c’ero io dietro di te, perché ti spingevo e andavamo; andavamo verso il fiume a guardare i pescatori e i barconi; ti spingevo e andavamo verso le radure a guardare il tramonto. Eravamo tanti cugini; tanti bambini, poi adolescenti, e infine adulti.
Le mie orme erano lì, fra i solchi delle tue ruote; un piede dopo l’altro, ti spingevo.
E oggi, sotto questa pioggia che non bagna, piango perché ho perso i tuoi solchi, ho perso i miei solchi e non so più, dove le mie orme camminano.

Racconto “La prova ardimentosa” scritto da Antonio Fresa
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016” edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi, in tutte le librerie a distribuzione nazionale oppure on line al link di seguito:

http://www.edizioninottetempo.it/it/prodotto/racconti-nella-rete-2016

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