I Lunedì di LuccAutori – La Terza classe – Daniele Miglietti

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Dacché erano partiti dal porto di Napoli, la prora, rivolta ad Ovest, s’era più volte imbattuta nell’appassionato e tragico dramma del sole che naufraga, siderale, nello specchio dell’acqua.
C’era chi sosteneva che s’era già sull’oceano, chi invece affermava che ad affacciarsi dalla poppa e ad avere occhi abbastanza buoni si sarebbe potuta scorgere ancora la costa Italiana.
Alle domande il personale di bordo scuoteva seccatamente il capo, lasciando intendere che, in mare aperto, un passeggero di terza classe godeva degli stessi diritti che vantava sulla terraferma, se non di non meno. Forse se avessero avuto del denaro avrebbero potuto comprare quell’informazione. Ma, in fondo, a cosa sarebbe servito? Non era forse questo il motivo per cui si erano imbarcati? Si diceva che lì, dov’erano diretti, anche quelli come loro si sarebbero lasciati alle spalle la miseria, l’ignoranza e la malattia: quei fantasmi che a casa li stavano divorando.
L’unica cosa di cui s’era certi era quello sciamare incessante d’anime tra le centinaia di sporche cuccette del piroscafo Ermanno, stipati così com’erano l’uno contro l’altro appena sul filo dell’acqua. E in mezzo a quella distesa di disperati che ficcanasavano qua e là, tossivano, o che, semplicemente, iniziavano a impazzire, le teste contro le paratie, c’erano quell’uomo e quel bambino. Loro due, che, appena un mese prima, se gli aveste chiesto di portarvi al mare, vi avrebbero accompagnato al torrente dietro la loro spelonca, allo stesso rivolo dal quale attingeva loro madre per dissetare i propri figli, le sue due vacche cieche, e quella vecchia gallina che avrebbero presto mangiato perché troppo vecchia per covare. Ma la mamma era stata trovata in fondo ad un burrone, un cestino di strame intrecciato colmo di vavusi ancora stretto in pungo, e le vacche erano state vendute sulla piazza per pagare la traversata.

– Raccontami ancora di mamma, di quando non ero nato,ripeteva Giacomino.

–Riposa ora, – rispondeva risoluto Riccardo

Dalla cuccetta sottostante si udiva la lotta sfrenata dei bastoni e delle spade, e il grande tintinnare di coppe colme d’oro. Erano i lucani che giocavano a carte.
Riccardo si sporse dalla cuccetta: – Per favore, u criaturu dorme. Tena ‘a freve.

– Biat a ta figlj. E chi dorm’ cu stu mar’ aggitat’? – gli fecero coro loro.

Riccardo, per l’ennesima volta, dacché erano partiti, ripeté: – Non è mio figlio, è fratima.
Giacomino e Riccardo erano rispettivamente l’ultimo e il primo dei fratelli, in quella giovane Italia del 1899 nel quale la mortalità media stava a sei anni e mezzo.
Giacomino si trovava alla sua ottava primavera e, seppur già da tempo la vita lo avesse edotto alla crudeltà della sopravvivenza, erano ancora visibili nei suoi piccoli occhi neri quel moto di vitalità che contraddistingueva i suoi coetanei; scintillio destinato a scemare col tempo e a scomparire lungo le guance, come lacrime tamponate. A dividere Riccardo e Giacomino vi era una lunga serie di fratelli, nati lungo l’arco di diciassette anni, tutti morti al nascere o comunque ancora bambini. Ma la morte di un bambino, nella Calabria rurale del tempo, era cosa assai meno grave della morte di una capra. Una capra dava latte, un bambino grattacapi.

– E Gesù Bambino… C’è anche all’America ‘u bumminiellu? – domandò Giacomino.

– C’è anche all’America – fece il fratello.

– Sai, gli ho regalato ‘u strummolo…

– A chi hai regalato ‘u strummolo, Giacomi’?

– Al bambin Gesù, quando eravamo al porto… – Giacomino delirava.

– Ma che dici, Giacomi’? ‘U strummolo è qua – Riccardo si cavò dalla tasca della giacca la trottola e la mostrò al fratello – Lo vedi? L’ho io!

Giacomino non rispose, aveva gli occhi chiusi. S’era addormentato.

Riccardo toccò la fronte del fratello. Era umida e calda come il coperchio della cassarola di loro madre, quando con uno straccio lo sollevava e con una forchetta infilzava una patata per controllare se era cotta.

– Piove fuori?

– E che ne sappiamo noi? – risposero i lucani. – Guarda dall’oblò.

Riccardo pigiò il suo naso abbronzato contro il vetro, ma sebbene la luna fosse piena, era impossibile capirlo. Di lampi non ce n’erano. Tese l’orecchio, ma in mezzo al baccano dei passeggeri, al ronzare dei motori, e allo sciabordio delle acque era impossibile sentire se fuori ci fossero tuoni, la sua più grande paura. Ogni tanto il fragore di un’onda che si scagliava contro lo scafo lo faceva sobbalzare.
Riccardo cavò dalla tasca dei calzoni il sigaro e il suo pensiero ritornò al Porto di Napoli, dove li avevano fatti aspettare per cinque giorni prima dell’imbarco. Li avevano lasciati lì, affamati, a dormire all’addiaccio ghiacciato e ad ustionarsi al sole. La pietà dei Napoletani li aveva sorretti. Uomini che, vedendo quella distesa fatta di scheletri umani e valigie di cartone, di tanto in tanto giungevano con pezzi di pane, incitandoli a dividerseli da buoni cristiani. Ma quel pane finiva sempre nelle mani dei più forti, e poco rimaneva alle donne, ai giovani e ai bambini come Riccardo e Giacomino. Poi, finalmente, giunse il giorno in cui era stata issata la passerella di terza classe, tra il molo e il piroscafo. I due fratelli si erano pazientemente messi in fila, ad attendere il fatidico passo. Allora Riccardo si era sentito strattonato per la collottola, ed era pronto a ricevere qualche legnata, come già era successo le poche volte che aveva osato farsi valere per un pezzo di quel fatidico cibo. – Non ho niente! – s’era subito difeso. Ma giratosi, stagliato contro di lui, aveva trovato un uomo dai baffi folti e ben curati, finemente arricciati come zampe d’insetto. In mano stringeva un bastone di canna, e le sue scarpe erano protette da un paio di ghette candide. Sul capo sfoggiava un lucido cappello al cui confronto la coppola di Riccardo pareva un cencio gettato lì per caso. I due si erano brevemente guardati negli occhi; lo sguardo di Riccardo era basso e stanco. – Tieni, – aveva detto l’uomo a Riccardo mettendogli qualcosa in mano. – Per il viaggio. Ne troverai degli altri uguali in America. Viene da Cuba, – Riccardo aveva osservato il grosso sigaro nel palmo della sua mano con aria interrogativa. – Già. Tieni anche questi, – aveva allora fatto il signorotto, mettendogli in mano una scatola di fiammiferi – Be’, buon viaggio allora. E buona fortuna, amico mio! – Riccardo non gli aveva risposto.

Ora quel sigaro, donatogli da quel gentiluomo, appariva al suo naso e al suo tatto così accattivante e profumato che un bisogno irresistibile lo aveva assalito. Era il desiderio del benessere, il bisogno universale, umano e brutale della normalità; era la voglia di sottrarsi a quel budello angusto di dialetti che lo circondava, al mormorio incessante dei motori che lo spazientiva, alla congerie di aliti afflitti e pesanti di attese appena sussurrate che impregnava quel dormitorio galleggiante.

Riccardo decise così di salire sopraccoperta, poiché, se avesse acceso il sigaro lì, il suo odore avrebbe certamente destato l’attenzione di qualche manigoldo pronto a sottrarglielo. Fu così che abbandonò la cuccetta e il piccolo Giacomino, ormai profondamente addormentato.

Né vento né onde aggredivano ora la carena dell’Ermanno, e il ponte principale era livido, imbevuto com’era della luce della luna. I banchi di denso vapore che esalava il fumaiolo, in alto, appena a tergo del ponte di comando, si mescolavano come spiaggia alle nubi. L’odore del mare impregnava piacevolmente i legni, i metalli, e le carni.
Subito immersi i capelli caprini nel gelo della notte, Riccardo udì provenire da babordo un urlo belluino: – Fije mi! Fije mi’! –. Due marinai circondavano una donna in lacrime, inginocchiata di fronte a quello che a Riccardo sembrò un piccolo fardello avvolto in una stuoia grezza.
Riccardo avvicinatosi a quelle persone, vide che quella avvolta nella stoffa era una piccola figura umana: un bambino. All’altezza del collo gli era stato legato un grosso peso di piombo.

– Oddio, il figlio mio! Oddij je fije mi! – la giovane donna marsicana piangeva.

– Che accadde? – domandò Riccardo a uno dei due marinai presenti.

– Una malattia?

– Sì. Un ceppo a bordo, probabilmente. – spiegò l’uomo.

– E si muore?

– Per la maggiore i bambini.

Riccardo tremò al pensiero del fratello febbricitante in quella cuccetta sporca. La donna continuava a disperarsi.

– E ora?

– Lo buttiamo in mare.

– In mare? – rabbrividì Riccardo.

– È la procedura. È il terzo da quando siamo partiti.

Riccardo capì che quel mare non conosceva riguardi per le normali cerimonie funebri. Vide le labbra della marsicana baciare attraverso la canapa la leggera testa infagottata del bambino. Vide i marinai issare il piccolo cadavere, e sporgersi dalla balaustra. Vide il corpo cadere violentemente, trascinato brutalmente da quel peso di piombo, in mare, in un tonfo. L’udì. L’ultimo urlo di una madre che aveva perso un figlio durante quel viaggio intrapreso con cieca fiducia.

I quattro restarono ritti a babordo, con gli occhi verso il basso, in attesa che quel corpicino impacchettato s’inabissasse, per sempre.

Ciò non accadde.

– Non affonda! – esclamò il marinaio.

La giovane madre si aggrappò alla ringhiera con una forza improbabile e cercò di sbalzarsi: – Fije mi! –. I due marinai la presero di peso: – Si calmi! – la donna si lasciò andare tra le loro braccia. Era svenuta.
La salma del bambino prese a fluttuare tra le onde, avvolta in quel telo bianco, reso brillante dalla luna.

– Dev’essersi slegata la fune, – fece uno dei due marinai – e il piombo dev’essere andato giù.

– Dev’essere senz’altro questo, – fu d’accordo il collega – Altrimenti è inspiegabile.

Le onde nere e quel bambino dal volto che Riccardo non avrebbe mai conosciuto, una delle tante mummie del mare che, mentre uomini e donne cercavano di raggiungere la terra sconosciuta, la terra del lavoro, delle opportunità, del riscatto sociale, l’oceano catturò quei decenni. Un abisso che conobbe vicende di speranza; di fede abbandonata. Di tragedie lasciate alle spalle da coloro che a quei viaggi sopravvissero, ma che poi, col sangue e col sudore, avrebbero scoperto che quell’America da cartolina non esisteva. Frotte di migranti che si sarebbero improvvisati arrotini lungo le strade di Manhattan, che si sarebbero rovinati gli occhi cucendo guanti a Down Neck, o che si sarebbero spezzati la schiena gettando binari e fissando traversine per le ferrovie transcontinentali americane, insieme a negri e cinesi. Questo era il sogno americano per chi di americano non aveva nulla.

–Riportiamola sottocoperta, – disse un marinaio all’altro, accennando alla marsicana. – Lei rimane qui? Ma Riccardo fece: – Scendo anch’io, – e del sigaro non fu più interessato.

Il corpo del bambino, intanto, andava alla deriva, lentamente, bianco e sempre più piccolo, come una barchetta di carta sospinta dal vento, nel buio della notte.

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Racconto “La Terza classe” scritto da Daniele Miglietti
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

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