I Lunedì di LuccAutori – Il cane che amava Schopenhauer – Assunta Decorato

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Le tre del pomeriggio. Il sole tiepido di maggio, l’erba morbida sotto i piedi scalzi, una sedia a dondolo di legno girata verso il lago. Silenzio.
Il professor Savio si appoggiò con forza ai braccioli della sedia e scese col sedere lentamente, per conferire solennità al momento e non sforzare il ginocchio malandato; poi si appoggiò con la schiena, piano piano, come se due grandi mani lo stessero mettendo a letto con dolcezza. Lasciò andare la testa contro il legno, chiuse gli occhi e sollevò i piedi da terra: il dondolio della sedia lo cullò verso il suo sogno realizzato.
Aspettava quel momento da tutta la vita: il primo giorno di pensione. Niente più studenti,
assistenti o colleghi docenti. Finalmente poteva trascorrere il tempo con l’unica persona degna delle sue conversazioni: se stesso.
Tese il naso a godersi il profumo della lontananza dal resto del mondo.
“Aaaahhh!” sospirò. Non si preoccupò nemmeno di scacciare la mosca che gli si era appoggiata all’angolo dei baffi.
Allungò la mano verso il tavolino su cui aveva lasciato alcuni libri, l’unica compagnia che non faceva mai sentire soli, ne prese tre e li esaminò con attenzione: la sua nuova vita non poteva cominciare con una lettura mal ponderata.
Optò per Platone.
Si sistemò sulla sedia, inforcò gli occhiali, controllò che la bottiglietta d’acqua e il panino al prosciutto fossero a portata di mano e, accertatosi che niente avrebbe potuto rovinare il suo tanto agognato ritiro, cominciò a leggere.
Aveva cambiato angolazione al libro a seconda della luce che mano a mano diminuiva, come se con le pagine volesse catturare il giorno fino alla fine, e proprio quando anche l’ultimo raggio di sole stava per scappare, il professor Savio si ritrovò a fissare pieno di ammirazione l’ultima frase del Fedone. Annuì serio: a Platone sì che avrebbe concesso un applauso. Fece schioccare la copertina chiudendo il volume con una mano sola, si girò e per poco non si ribaltò: c’era una testa pelosa all’altezza dei suoi occhi. Si aggrappò al libro come se volesse nascondercisi dietro.
“E tu, da quanto sei qui?” chiese non appena gli tornò il respiro.
Il cane in tutta risposta cominciò a scodinzolare.
“Non sembri randagio. Sei scappato dai tuoi padroni?”
La coda continuava a rimbalzare sull’erba.
“Hai fatto bene. Le persone sono stupide. John Donne diceva: No Man is An Island, e sai perché? Perché era stupido. Gli intelligenti non sopportano la compagnia”
Gli occhi del cane non mollavano quelli del professore.
“Beh? Che c’è? Hai fame?”
Prese il panino che aveva dimenticato di mangiare e ne staccò un pezzo.
“Puoi mangiare il prosciutto, vero?”
“Whoof!”
“Immagino voglia dire sì”. Il cane lo prese tra i denti e sollevò la testa, masticando con maestria, poi si rimise seduto accanto alla sedia del professore e continuò a guardarlo. L’unico rumore era quello della coda che picchiettava il terreno.
“Ancora?”
“Whoof!”
Il professore staccò un altro pezzo, poi un altro e un altro ancora, fino a che il panino non finì. Il cane, comunque, non se ne andò.
“Senti, è inutile che mi guardi, ormai è quasi buio e io rientro a casa. Da solo. Come ben si conface alle persone d’intelletto. Prendi esempio da me e va’ per la tua strada senza dar retta a nessuno, soprattutto a chi conosci. Sono i peggiori.”
Raccolse i libri e l’acqua dal tavolino.
“Buonanotte” lo salutò mentre era già sul vialetto di casa.
“Whoof!” rispose il cane quando il professore sparì dietro la porta d’ingresso.
Il mattino dopo, il professor Savio infilò la camicia di lino, i pantaloni lunghi leggermente risvoltati per non farli macchiare d’erba, e bevve il suo caffè davanti alla libreria, saggiando i libri uno ad uno per scegliere a quali dedicarsi. Poi, tenendone tre sotto braccio, uscì in giardino. Dopo due passi umidi tra l’erba si bloccò: il cane era ancora lì.
“E tu? Che fai?”
Il cane si risvegliò dal sonno e si sedette con la testa bella dritta ad aspettarlo vicino alla sedia a dondolo.
“Guarda che è presto per il panino. Non ho niente da darti”
Il cane non si mosse.
“Ho capito. Io mi siedo qui a leggere, tu fa’ quello vuoi”, e come il giorno precedente scelse uno dei tre libri che aveva appoggiato sul tavolino, si lasciò andare al dondolio, e si mise a leggere. Ma quei due occhi non si staccavano dai suoi.
Il professor Savio provò a ignorarlo, a lanciargli occhiate cattive, a tossire fingendo imbarazzo, ad un certo punto con un gesto rapido e di cui la sua spalla si sarebbe pentita il giorno seguente raccolse un rametto da terra e lo scagliò lontano. Niente. Il cane non si mosse.
Sbuffò guardando alternativamente lui e il libro.
“Senti” gli disse “Così non funziona: se mi fissi in quel modo non riesco a concentrarmi!”. Il cane cominciò a scodinzolare. “Ho capito, vado a farti il panino”
Qualche minuto dopo tornò portando due piatti.
“Hai fatto venir fame anche a me” lo incolpò, e intanto spezzettava il panino e glielo lanciava, ridendo per il modo in cui si leccava i denti.
“Ci ho messo la bresaola, va bene lo stesso?”
“Whoof!”. Dopo aver finito il suo pranzo, però, il cane restò lì: l’unica cosa che muoveva era la coda, che sventagliava a destra e sinistra. Con gli occhi teneva imprigionati quelli del professore.
Savio sospirò:
“Sai che facciamo? Visto che vuoi stare qui, allora leggerò a voce alta, così magari anche tu impari qualcosa”. Prese il volume e gli mostrò la copertina. “Questo è Kant,” spiegò lentamente, come se parlasse ad un turista straniero “L’opera si intitola Critica della Ragion Pura e…”
Il cane prese a mugugnare appiattendosi sull’erba.
“Che c’è? Lo so che può essere un po’ ripetitivo con tutte queste triadi, però ti assicuro che dopo averlo letto la tua visione del mondo sarà molto diversa!”
Il cane nascose gli occhi con le zampe, lamentandosi sempre più forte.
“Vabbè, cambiamo libro allora. Che ne dici di Schopenhauer?”
“Whoof!” fece il cane di nuovo dritto e scodinzolante.
E così il professor Savio lesse a voce alta per lui, lesse fino a che non divenne buio, e poi ancora il giorno dopo, e quello seguente, e quello dopo ancora. Per un mese il cane dormì nel suo giardino, e il professore la sera, dalla finestra, lo spiava sonnecchiare.
Un giorno, il professore andò al supermercato (la spesa era l’unica attività sociale a cui doveva per forza sottomettersi) e lasciò il cane ad aspettarlo fuori, nella sua solita posa seria; non serviva legarlo: minacciare di mandarlo a letto senza Schopenhauer era abbastanza perché obbedisse.
Quando uscì, una donna agitata piagnucolava al cellulare e intanto abbracciava il cane come se fosse un parente che aveva creduto morto, lo accarezzava, si faceva leccare le mani. Il professore borbottò:
“Adesso dovrò anche parlarci con questa. La gente quando vede un po’ di pelo rincretinisce”
“È bello, vero?” le chiese.
“Dove… dove lo ha trovato?” rispose lei ignorando chi tentava di parlarle dall’altro lato del telefono. “Non l’ho trovato, ha semplicemente cominciato a vivere nel mio giardino”
“E lei non ha pensato di chiamarmi?”
Il professore sgranò gli occhi:
“Ma, guardi, io non la conosco, e se sono venuto qui è proprio per evitare di parlare con…”
“Questo cane è mio! Non ha visto i volantini?” e gliene indicò uno appeso ad un lampione, proprio di fronte a lui. La foto mostrava un cane smarrito, davvero uguale a quello che credeva fosse suo.
“Mi scusi, è solo che stava nel mio giardino, dividevamo un panino, gli leggevo Schopenhauer. E lui lo capiva davvero, mica come i miei studenti…”
“Schopenhauer? Ma è pazzo? È un cane! Stava con lei solo perché gli dava da mangiare! Vieni Arthur, andiamo a casa” la donna si allontanò tenendo il cane al collare, che camminava a testa bassa e con la coda che strusciava per terra. Il professore riuscì a sentire i mugolii anche a metri di distanza.
“Si chiama Platone” sussurrò e una lacrima gli si incastrò in una ruga.
Il professor Savio andò a casa, e senza neanche mettere a posto la spesa si infilò a letto, sentendo che il silenzio e la solitudine che aveva tanto cercato lo stringevano troppo. Mentre si odiava per non riuscire a capire come liberarsi da quella morsa, piangendo, si addormentò.
Il giorno dopo Platone scappò dai suoi padroni per tornare da lui, abbaiò, grattò la porta, si allungò con le zampe fino alle finestre, ma il professore non si svegliava; allora tornò in paese e chiamò aiuto, la sua padrona fece arrivare un’ambulanza, i medici lo toccarono e poi lo lasciarono lì.
“Andiamo a casa Arthur, ti do da mangiare” gli disse la padrona accarezzandogli la testa, ma Platone piangeva, non se ne voleva andare e rimase immobile davanti alla finestra finché gli uomini vestiti di nero non portarono via il professore.
Seppellirono il professor Savio di sera, e al funerale non andò nessuno.
Di notte, dopo che il custode ebbe chiuso i cancelli del cimitero, Platone si intrufolò tra le sbarre tenendo qualcosa tra i denti; trovò la tomba priva di fiori, ci appoggiò sopra il libro e si sdraiò accanto. Aspettava la mattina, aspettava che il professore si svegliasse e gli leggesse ancora Schopenhauer.

Racconto “Il cane che amava Schopenhauer” scritto da Assunta Decorato
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

Opera pittorica – “Il pescatore d’acqua dolce” – Jean Luis Forain

Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016” edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi, in tutte le librerie a distribuzione nazionale oppure on line al link di seguito:

http://www.edizioninottetempo.it/it/prodotto/racconti-nella-rete-2016

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