I Lunedì di LuccAutori- Isbraa e Tabush – Diana Salvadori

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Piove. Piccoli ticchettii sulla stoffa sopra la mia testa. È già mattino, lo vedo nella trasparenza della tela verde.
Non ho voglia di alzarmi, sto bene qui distesa al calduccio. Tabush, il mio giovane gatto bianco e rosso, è raggomitolato ai miei piedi, li scalda. Guardo i piccoli movimenti della stoffa mentre le gocce la spingono in basso. Penso al sole delle mie strade, mentre andavo a scuola, e ridevo con la mia amica.
Ci piacevano due ragazzi: Tadir e Monder. Loro, ci sorridevano, noi, non potevamo guardarli ma li sentivamo, vicini, curiosi. Così facevamo sempre la stessa strada, per farci trovare, farci vedere. Eravamo promesse spose, allora, ma la vita, poi, ci ha fatto arrivare fin qui, al confine.
Tabush si muove, agita la coda, per farmi capire che si sta svegliando, ma resta sui miei piedi; anche lui non vuole uscire.
Mi piaceva tanto Tadir, aveva occhi neri, lunghi, leggermente a mandorla. Un gran sorriso, mani magre e decise. Parlava poco, stava fermo con gli altri uomini a osservarmi. Sentivo che lui era diverso, lui guardava proprio me. Quella me nascosta, segreta a tutti, quella dei sogni.
Tadir sorrideva poco, ma mentre mi guardava, lo sentivo sorridere, per me. Sorrideva, come me, dei sogni.  Sì, anche Tadir sognava, di diventare un bravo calzolaio, o meccanico, di essere un giovane marito, di danzare euforico al mio fianco. E poi, tanti bambini, maschi e femmine. Forse, lui guardava in me, i miei sogni.
Tabush si allunga, si stira, mi fa leggere fusa sulla pancia, io rido, il suo pelo mi fa il solletico. Qualcuno fuori urla che sta arrivando il cibo.
L’ultima volta che ho visto Tadir, la mia amica mi ha detto: “Ti ha scritto una poesia, è sotto il sasso al ponte delle pietre, dai, corri, andiamo a prenderla”. Ero a casa, Tabush sdraiato al sole mi ha seguito, ha giocato con le pietre mentre io leggevo: “Mia cara Isbraa, il suono del tuo nome è nel battito del mio cuore, quando si fermerà, mi troverai nel tuo battito.”
Tabush mi sale sul viso, si struscia sul mio naso, mi lecca una guancia.
Oggi non so dove sia Tadir.
Mentre facevo la valigia, ho preso la sua poesia, l’ho riletta; ho piegato il foglio nove volte, in segno di buon auspicio, ho preso il cofanetto azzurro e lì l’ho riposto. Ora è sotto il mio cuscino.
Alla partenza, Tabush era nervoso, miagolava e graffiava le mie gambe, si aggrappava alla valigia. Ho preso uno scialle, fine, l’ho arrotolato attorno al suo collo, lui si è calmato. Ho accarezzato il suo pelo rosso e bianco e gli ho detto: “Tu e Tadir venite con me”.
Qui, a Idomeni, non ho ancora visto la mia amica e neppure il mio Tadir.
Lei, prima di partire, mi ha lasciato un suo diario, dicendomi: “Isbraa, non scordiamoci di noi”. Anche lei, di poche parole.
Tabush ora vuole uscire, io lo controllo, ho paura di perderlo, così me lo coccolo ancora un po’ mentre gli metto il suo piccolo scialle.
Fuori non piove più, siamo in tanti, oggi sappiamo dove siamo, domani lo scopriremo.
Io spero di ritrovare la mia amica. Io spero di sposare Tadir.
Tabush mi aiuterà.

Racconto “Isbraa e Tabush”  scritto da Diana Salvadori
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

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Opera pittorica
– L’attesa –  Lucio Fontana – 1965

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