I Lunedì di LuccAutori – La maledizione di famiglia – Luigi Giampetraglia

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Nonna Titina diceva sempre che la nostra famiglia teneva la calamita per le disgrazie.
Era una cosa che ti metteva l’ansia addosso e ti toglieva la voglia di fare le cose, pure le più semplici.
E non potevi nemmeno darle torto!
Nonna Titina aveva seppellito già tre figli (fino a mò, come diceva sempre lei. E quando lo diceva, con quegli occhi velati dalla cataratta, faceva più paura di un film di Dario Argento).
In effetti i miei zii sono tutti morti in circostanze un po’ strambe.
Il primo a fare una brutta fine fu zio Nino, che si spezzò l’osso del collo mentre dava la caccia ai granchi fellone sugli scogli.
Poi toccò a zio Luca, lo sciupafemmine della famiglia, morto strozzato da uno gnocco.
Ultima, venne zia Rosa, che fece la morte più scema di tutti: finì sotto a un treruote nel tentativo di scansare un gatto nero che le stava attraversando la strada.
Ciro e Carmela sono gli unici sopravvissuti.
Carmela è mia madre e io penso che si sia salvata solo perché lei, a certe cose, semplicemente non ci credeva.
Zio Ciro, che viveva con noi perché era ancora giovane, era tutto il contrario di Mamma ed era sicurissimo che sarebbe stato il prossimo.
Zio Ciro si faceva gli esami tutti i mesi e ammosciava tutti quanti con questa storia della maledizione di famiglia. Mamma diceva sempre che si era preso una brutta fissazione e che se non si decideva a sentire uno psicologo c’era il rischio che lo dovessimo far chiudere.

A San Giovanni ci conoscono tutti. Anche se la nostra è una fama di riflesso.
Siamo l’emanazione naturale dell’unica celebrità di famiglia: la nonna.
Nonna Titina tiene una tabaccheria alla Croce al Lagno che è la più antica del quartiere.
E guai a chi gliela tocca! Dice sempre che la sua Tabaccheria ha resistito a tutto, al contrabbando, alle scommesse clandestine, alle tasse, al pizzo e pure al terremoto!
Per quelli di San Giovanni lei è semplicemente: ‘A Tabaccara.
Per associazione zio Ciro e la mamma sono ‘e figli d’ ‘a Tabaccara e io, mia sorella Katia e i nostri sei cugini siamo tutti, indistintamente, ‘e nepute d’ ‘a Tabaccara. Mamma dice che non ci sta niente da fare, che pure se mi laureo in ingegneria astronautica e vado sulla Luna, per la gente del quartiere rimarrò sempre ‘o nepote d’ ‘a Tabaccara.
Quando sono morti zio Nino e zio Luca l’hanno scritto pure sui manifesti funebri:
E’ mancato all’affetto dei suoi cari Nino Rea, di anni 19, detto ‘o figlio d’ ‘a Tabaccara.
Stessa sorte toccò, due anni dopo, a zio Luca.
Zia Rosa, per evitare di essere identificata per l’eternità con l’attività di famiglia, pare avesse dato esplicitate indicazioni a Tonino ‘O Stuorto, titolare dell’unica agenzia funebre del quartiere.
Con la spiacevole conseguenza che, quando fu il suo turno, davanti al suo manifesto funebre c’era sempre una crocchia di gente che si domandava chi cavolo fosse questa Rosa Rea.
E c’era sempre qualcun altro che rispondeva: “Comme? ‘A figlia d’ ‘a Tabaccara!”

Era già da un po’ di tempo che sospettavo ci fosse qualcosa di vero nelle farneticazioni di zio.
Una sera, mentre eravamo in camera mia, mi fissò attraverso quei suoi occhialoni spessi come vetrocemento e mi chiese:
“Ma tu cu ‘na fattura ‘nguollo, che faresti?”
Io allargai le braccia.
“Non lo so, andrei da un prete o… da un mago!”
“Come quelli della tivù?”
“Quelli sono degli imbroglioni”
“E da chi?”
Andai alla finestra e indicai il palazzo della banca dall’altra parte del Corso.
“Là abita una vecchia che toglie i malocchi, forse ti può aiutare!”
“E tu come ‘e saje ‘sti cose?”
“’O sanno tutti quanti zio Ci’!”

La signora Pace era una vecchietta artritica, con un grugno da pirata stitico e rughe tanto profonde da sembrare tracciate con una forchetta.
“Che ve serve?”
Zio Ciro mi diede un colpetto col gomito.
“Mio zio è convinto di avere una fattura addosso” spiegai.
La vecchia annuì facendo ciondolare i grandi orecchini da zingara aggrappati ai lobi come scimmiette, quindi versò dell’acqua in una ciotolina butterata di ruggine e la piazzò sulla testa di zio.
“State fermo!”
Zio Ciro assunse una posa da visita militare, petto in fuori, pancia in dentro, collo dritto.
“Vedete qualcosa?”
La vecchia fece ondeggiare l’acqua nella ciotola, poi la posò sul tavolo davanti a noi e indicò le bolle semitrasparenti che galleggiavano in superficie.
“Figlio mio, tu stai ‘nguaiato: guarda quante uocchje!”
Zio Ciro si passò una mano sulla fronte.
“Io ‘o ssapevo!” piagnucolò. “Ve prego: aiutateme!”
La signora Pace guardò zio Ciro come se lo vedesse per la prima volta.
“Ma voi nun site ‘o figlio ‘d ‘a Tabaccara?”
“E allora?”
“Allora ce sta poco ‘a fà”
Mi alzai e picchiai un pugno sul tavolo.
“Voi non ci state dicendo tutto!”
La vecchia sollevò un sopracciglio spoglio e si rigirò la dentiera in bocca.
“Ma comme: nun cunuscite ‘a storia?”

“Fu Alina a fare la fattura!”
“Chi?”
“’Na figlia d’ ‘a Madonna!”
Scossi la testa elemosinando chiarimenti.
“Un’orfana,” tradusse la signora Pace “che fu adottata dalla famiglia di tuo Nonno Peppe per tener fede a un voto. Alina e tuo Nonno crebbero insieme, come frato e sora. Solo che non erano fratello e sorella e succedette quello che non doveva succedere!”
“Cioè?”
“Se ‘nnamurarono! Donna Maria, che era la tua bisnonna, se ne accurgette, ma facette finta ‘e niente perché nun vuleva fa parla’ ‘a ggente. Poi, furbescamente, prese una ragazza a servizio, ‘na bella guagliona, della stessa età di Peppe, che si chiamava Titina”
“Nonna Titina?”
La signora Pace annuì ancora.
“Titina era ‘na figlia ‘e ‘ntrocchia e nun se puteva permettere ‘e perdere ‘o treno. Alla fine, con l’aiuto della futura suocera, riuscì a far perdere la testa a Peppe. Alina si sentì tradita da tutti, era giovane e fragile e, alla fine, si buttò dal terzo piano, con la foto del suo amore stretta in petto!”
Zio Ciro si fece il segno della croce.
“Da questo punto ’a storia se complica: qualcuno dice che Alina aveva scritto una maledizione dietro la foto, ‘na fattura contro Titina e i figli che avrebbe avuto da Peppe, altri invece che la fattura la disse a voce, poco prima di morire”
“E questa foto che fine ha fatto?”
“Fa parte d’ ‘o mistero: nisciuno ‘o sape!”
“Ma ‘sta fattura non si può togliere?”
La vecchia sospirò liberando un olezzo di cipolla fritta.
“Le fatture fatte in punto di morte songo ‘e cchiù ‘mpicciose, però…”
Io e zio Ciro allungammo il collo come tacchini curiosi.
“… Se Titina chiedesse scusa ad Alina…”

Se avesse dovuto, che ne so, bere un infuso di sangue di drago o rubare un uovo d’oro a un gigante, sono quasi certo che zio Ciro non si sarebbe dato per vinto… ma quello era troppo!
A memoria d’uomo nessuno ricordava di aver visto la nonna scusarsi con qualcuno.
Nonna Titina era una di quelle persone a cui non importava se l’altro avesse o meno ragione… era l’altro e, quindi, aveva torto!
Non so come mi venne in mente.
Fatto sta che, prima che potessi pentirmene, cedetti all’entusiasmo incosciente dell’età e proclamai:
“Zio Ci’ non ti preoccupare: ci parlo io con la nonna!”

Nonna Titina era un mezzo busto di cartapesta ammuffito, incastrato tra l’espositore di caramelle e il minibar della Pepsi.
Quando entrai nella Tabaccheria mi scrutò con sdegno, come se la infastidissi già a sufficienza con la mia presenza.
“Che ce fai ccà?”
“Nonna dobbiamo parlare!”
“Veramente?” fece lei appoggiando gli avambracci flaccidi sul bancone. “E di che cosa?”
“Di Alina”
Calò un silenzio teso.
Ebbi la fugace visione di un bambino identico a me che scappava dalla Tabaccheria come un piccolo ladro.
“Siamo stati dalla signora Pace,” dissi tutto d’un fiato “e lei ci ha raccontato tutta la storia”
La nonna sospirò. Quando era agitata trasudava una nota acuta di sigari all’anice che quasi azzerava i bassi persistenti di ascelle sudate.
“Parla, parla” disse sparendo sotto al bancone.
“La signora Pace dice che per togliere la fattura dovresti scusarti con Alina. Mamma dice che è dei nostri peccati che ci dovremmo vergognare e non di chiedere scusa per essi…”
Rise. Una risata da strega delle fiabe, strafottente e maligna.
“Non c’è nessuna fattura!” disse riemergendo e allungandomi una scatola di sigari impolverata.
Un istante dopo nell’aria vibrò la voce di mia madre che mi chiamava sulla frequenza a ultrasuoni del rione.
“Gigginooo…”

Dopo cena mi chiusi in camera e aprii la scatola. Dentro c’era un foto di Nonno Peppe.
Lo riconobbi perché nel salone Mamma ne teneva una identica.
Solo che questa aveva una costellazione di goccioline brune che emergevano dalla superficie.
Sangue, pensai.
Quella era la foto, quella di cui ci aveva parlato la signora Pace e che Alina stringeva a sé quando si era uccisa.
Mi spostai vicino alla finestra, la voltai e cominciai a leggere.

Alina sei il mio unico amore, Titina è solo la donna che sono costretto a sposare, per mettere a tacere le chiacchiere della gente. Non provo niente per lei. Il mio amore è solo per te e sarà per sempre così. Ti amo
Peppe

Dunque è così che stavano le cose. Ma perché la Nonna aveva voluto che leggessi quella lettera?

“Non servirà a niente. La signora Pace ha detto che deve essere mamma a chiedere scusa ad Alina!”
Probabilmente zio Ciro aveva ragione, ma non mi andava di alimentare il suo pessimismo.
“Mamma dice che una buona azione non è mai sprecata!”
“Mammeta dice nu sacco ‘e cose” si lagnò Zio Ciro varcando per primo la soglia del cimitero.

La tomba di Alina era spoglia e senza fiori. C’era solo un cero rosso, solitario e scolorito.
Zio Ciro si chinò sulla lapide e adagiò il crisantemo proprio sotto la cornice ottonata della foto.
Nel ritratto Alina aveva lineamenti regolari e occhi di un azzurro così intenso da sembrare dipinti.
“Da giovane doveva essere veramente bella!” dissi.
Zio Ciro mi diede un pizzicotto affettuoso su una guancia.
“Mò però lasciaci soli!”
Era giusto così, avevano tanto di cui parlare.
Mi allontanai e mi riparai all’ombra di un salice dai rami ritorti. Mi appoggiai contro il tronco, chiusi gli occhi e annusai l’aria.
C’era un piacevole odore di gelsomino, di erba bagnata e… di sigari all’anice e ascelle sudate.
“Nonna! Che ci fai qua?”
“Chhiù luntano fuje dai peccati e cchiù sarrai stanco quando te acchiapperanno. E io so’ stanca Gigì, stanca assai”
Non c’era bisogno di aggiungere altro, la abbracciai come non avevo mai fatto prima, lei mi diede qualche buffetto sulla testa e poi raggiunse zio Ciro sulla tomba di Alina.

Nonna ha lasciato la gestione della Tabaccheria a zio Ciro. Adesso, passiamo molto più tempo insieme. Tutte le domeniche andiamo a trovare Alina al cimitero. Prima però passiamo da zio Nino, zio Luca, zia Rosa e il Nonno.
Teniamo mezza famiglia in quel cimitero e Mamma dice che pe’ mò basta.
La storia della maledizione forse era vera e forse no… Ma ormai importa poco. Ci siamo liberati da un peso, questo conta.
E adesso possiamo finalmente provare ad essere una famiglia normale.

 

Racconto “La maledizione di famiglia”  scritto da Luigi Giampetraglia
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I lunedì di LuccAutori”

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