I Lunedì di LuccAutori – Centodieci – Valentina Grosso

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Era un’estate di quelle che sembravano non finire mai. Pepè e Giacomo non ne volevano sapere di stare in casa e così sgattaiolarono fuori. Le strade del paese, a causa della calura opprimente, erano deserte. Anche la signora Nenè che era solita starsene sulla sua sediolina, ai bordi della strada, a sferruzzare, si era rifugiata in casa. Se non fosse stato per le loro risa e il rumore dei loro passi sul selciato, ad un forestiero arrivato per caso sarebbe sembrato un paese deserto. Un po’ era così infatti, in tanti erano andati via, chi per scelta propria e chi no, ma la cosa che avevano in comune era che nessuno vi aveva mai fatto ritorno. Un po’ come loro padre, oramai erano quattro anni che mancava da casa, ma la madre era convinta che prima o poi sarebbe tornato. Così ogni sera accendeva un lumino rosso sotto la sua foto, s’inginocchiava e con il rosario tra le mani, pregava sottovoce.
Correvano a perdifiato, giù per i ripidi vicoli che portavano verso valle, ridevano ed erano contenti. Passarono dietro il casolare un po’ fatiscente dello zio Natale e recuperarono il pallone di tela mezzo sgonfio. Lo nascondevano sempre li per non farlo vedere alla mamma. Era il loro segreto. La mamma li aveva messi in guardia, non dovevano accettare regali dagli sconosciuti, poteva essere pericoloso. Ma quel ragazzotto biondo e pieno di lentiggini a loro sembrava un tipo a posto, e nonostante non avessero capito una sola parola di quella sua lingua strana, avevano accettato il regalo senza preoccuparsene troppo. “Ok Guys?” e aveva alzato il pollice all’insù. Giacomo anche l’aveva imitato mettendo il pollice all’insù e lui intanto aveva preso il pallone.
Ricominciarono a correre dando calci alla palla che avanzava lungo la mulattiera insieme a loro. Ad ogni calcio si sentivano più leggeri e contenti. La spensieratezza che avevano a dodici anni dando un calcio ad un pallone non l’avrebbero mai più avuta, neanche tanti anni dopo quando continuarono a giocare nel campo dell’oratorio dietro la chiesa. Era diverso, uno sgangherato campo di pozzolana non poteva competere con l’odore degli ulivi, dell’erba tagliata da poco e perchè no, anche con l’odore del letame appena posato. Così correndo arrivarono fino all’uliveto di Padrone Milo, uno dei pochi uomini rimasti ancora in paese. Si diceva in giro che era rimasto al paese perchè aveva un difetto alla schiena e per questo non poteva correre. Se ne andava sempre in giro a cavalcioni sul suo mulo, con un fucile in mano. In paese si mormorava che fosse un po’ “tocco” perchè non parlava quasi mai con nessuno, e a qualsiasi domanda gli venisse fatta rispondeva sempre con dei numeri . “Non uno, non due, non tre ma centonove” e poi faceva ampi gesti con le mani. Nessuno capiva che cosa dicesse ma tutti sembravano trattarlo con grande rispetto.
Adesso che la radura con gli ulivi si stendeva a perdita d’occhio davanti a loro, potevano cominciare la partita. C’erano due alberi che avevano la distanza giusta tra di loro da sembrare proprio una porta da calcio a tutti gli effetti. Facevano a turno per chi stava in porta e per chi calciava. Adesso era il turno di Pepè di battere. Si sistemò il pallone davanti ai piedi con gesti da giocatore esperto che era sceso in campo migliaia di volte. Fece alcuni passi indietro e poi con tutta la forza che aveva sferrò il calcio, colpendo la palla con il collo del piede. Il pallone volò in alto, sopra la testa di Giacomo che sbracciandosi fece un salto sgraziato nel tentativo di parare la palla. Niente da fare, il pallone lo superò e … BOOOOOOM…  “Goool” urlò con tutto il fiato che aveva in corpo Pepè. “Goool” e correva in tondo con le braccia aperte e gli occhi chiusi. Così da immaginarsi il boato delle urla dei tifosi allo stadio dopo che il capitano della squadra aveva segnato.
Recuperarono il pallone, e continuarono a giocare, dandosi il cambio in porta. Anche Giacomo segnò. Anche qui un boato accompagnò il suo gol e lui correva felice tra gli ulivi come se avesse vinto la coppa del mondo. Andarono avanti così fino al tardo pomeriggio, quando sentirono in lontananza un rumore di zoccoli. Era Padrone Milo, che avanzava in sella al suo mulo, completamente ricoperto di fango ed erbacce. Sembrava molto contrariato di vederli nel suo campo e brandiva in aria il fucile. Spaventati se la diedero a gambe risalendo a ritroso la mulattiera che li aveva portati lì. Arrivati in cima guardarono indietro e videro Padrone Milo, che adesso sembrava un puntino lontano, scendere dal mulo proprio nel punto dove loro qualche minuto prima stavano giocando a pallone. Si voltarono e si diressero verso casa. Era ora della merenda.
Milo, o Padrone Milo come lo chiamavano in paese, guardò con ansia il punto dove i due fratelli poco prima stavano giocando a pallone. Aveva tentato da lontano di avvertirli, si era sbracciato facendo ampi gesti con il fucile, per dirgli di smetterla, di andare via che era pericoloso. Aveva visto come i due erano scappati, avevano paura di lui e non di quello che gli stava intorno. Sapeva che in paese tutti pensavano che fosse matto. Ma lui lo sapeva che non era così. Non era matto. Sordo si, ma tocco no.
Lui al fronte non ci poteva andare, aveva qualcosa alla schiena che non andava, così gli avevano detto i medici. Ma i suoi fratelli si, loro erano sani e tutti e cinque erano andati al fronte. Solo Catello era tornato, e aveva visto nei suoi occhi, oramai svuotati da qualsiasi barlume di vita, lo sdegno che provava verso di lui. Era rimasto sei mesi e poi si era imbarcato per il nuovo mondo. Lui però quello sguardo non l’aveva dimenticato e da allora aveva deciso che avrebbe fatto qualcosa per rendere fiero suo fratello. Per fargli capire che anche lui valeva qualcosa.
Fu così che aveva deciso di disinnescare le bombe e le mine inesplose che pullulavano nei campi intorno al paese. L’ultimo regalo che la guerra aveva lasciato a tutti quanti. Come un’ amante capricciosa dopo la fine della sua relazione clandestina, la guerra non ne voleva sapere di andarsene, non ne voleva sapere di lasciarli in pace. Te la ritrovavi davanti ad ogni passo, ogni volta che giravi l’angolo e vedevi una casa oramai disabitata, lei era lì che ti aspettava. Lui cercava di fare del suo meglio per mandarla via. Girava le campagne lì intorno, a dorso del suo mulo, scrutando minuziosamente il terreno, cercando di identificare la possibile presenza di qualche mina, nascosta dalla terra e dal tempo. Era diventato piuttosto bravo. Una volta che la trovava scavava ad una decina di metri una buca profonda, per ripararsi,  e accendeva la miccia per far brillare la bomba.
Il campo di ulivi dove poco prima stavano giocando quei due ragazzi era invaso di mine. Quegli incoscienti ne avevano fatte saltare un paio, di quelle piccoline, con il pallone ed ora toccava a lui farle saltare completamente. Cominciò a scavare la solita buca profonda qualche metro, proprio tra i due ulivi che erano serviti da porta a Pepè e Giacomo. Preparò la miccia con molta cura e allontanò il mulo. Solo allora si avvicinò e la vide. Nera, metallica, quasi lucente sotto i raggi del sole. Era facendo saltare mine che era diventato sordo. La numero trentasei era più grande del previsto e il boato lo travolse in pieno. Non sentì più nulla, solo ronzii sommessi. Per questo sembrava matto, non sentendo ciò che gli altri dicevano lui rispondeva solo con il numero di mine che aveva fatto esplodere. ‘Non uno, non due, non tre ma centonove’. Questo era il numero a cui era arrivato. Con cura attaccò la miccia, la tese bene al suolo e si nascose nella buca che aveva fatto poco prima. La numero centodieci squarciò il silenzio di quell’estate che sembrava non dover finire mai.

Racconto “Centodieci”  scritto da Valentina Grosso
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I lunedì di LuccAutori”

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