Il lunedì di LuccAutori – Il mio dentista – Andrea Serra

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Il mio dentista si chiama “il mio dentista”.
Era il dentista di mia madre e poi è diventato il mio.
E quando telefono per prendere appuntamento, sono talmente incarognito e depresso che non mi viene proprio in mente di dire all’assistente: “buongiorno, mia madre non mi ha mai voluto rivelare il nome di battesimo del dentista. E’ una questione di vita o di morte, me lo dica!”
Il mio dentista mi fa accomodare.
Mi mette il tovagliolo al collo e la cannula aspirasaliva in bocca.
Chissà come mai al mio dentista viene sempre da farmi qualche domanda quando ho la cannula in bocca.
«Lavora sempre all’Università?» mi chiede.
Il mio dentista mi conosce da più di vent’anni e non ricorda mai che da una vita non lavoro più all’Università. Che poi non ci lavoravo neanche allora. Ero solo un grigio e inutile dottorando del corso di laurea in filosofia.
Ma il mio dentista è appassionato di filosofia. E quindi per lui io lavorerò all’Università per sempre.
«Vo, vov vovovù avevvivà, vo vivenvo uiivo.»
Chissà come mai il mio dentista capisce perfettamente quello che dico quando ho la cannula in bocca.
Forse capisce solo più se gli parli così. Sta anche tutto il giorno con gente nella mia stessa condizione, poveraccio.
E quasi sicuramente, per fare due parole a cena, metterà anche a sua moglie una cannula in bocca.
Il mio dentista si illumina.
I due cerchi dorati ed enormi dei suoi occhiali brillano sotto la lampada.
«Sta scrivendo un libro? Bene, benissimo, lo sa cosa deve fare? Non deve fare un finale, ma tre finali, anzi, cinque finali, meglio ancora! Perchè ogni lettore dovrà decidere in base al proprio libero arbitrio quale finale preferisce, anche se poi tutti i finali sono già scritti, perchè tutti i destini sono già scritti e quindi non c’è libero arbitrio!»
Il mio dentista ha le idee confuse.
Il mio dentista è un uomo sulla cinquantina, senza barba e senza peli, con gli occhi azzurri e la pelle pallida e tumefatta. È vegano e parla solo di cibi naturali e reincarnazioni.
L’odore di disinfettante mi invade le narici e la luce in faccia mi acceca.
Il mio dentista mi trapana il molare e mi consiglia caldamente di spedirmi il manoscritto a casa con ricevuta di ritorno. Qualcuno potrebbe rubarmi l’idea, dice. E’ pieno di brutta gente in giro e devo stare attento.
Il mio dentista non si placa.
Mentre mi fa l’anestesia per estrarre il dente che ha già curato mille volte e che adesso è ufficialmente in putrefazione, mi consiglia di leggere un po’ di libri che mi potrebbero servire.
«Legga sopratutto Aïvanhov, lei lo conoscerà sicuramente. E’ un maestro contemporaneo e non ha mai scritto nulla, come tutti i maestri d’altronde, perché teneva solo conferenze, che sono poi state trascritte dai suoi discepoli. Lo legga, mi raccomando, lui ha detto tutto, tutto quello che è presente nell’universo. Provi a partire da qualcosa di breve, non so, dall’Opera omnia ad esempio.»
Vorrei dire al mio dentista che leggerò tutto, ma proprio tutto quello che vuole. Ma ho la bocca completamente insensibile. E mi gira la testa.
La poltrona e lo studio tremano.
Dev’essere un terremoto o una tempesta di asteroidi. Mi sporgo e vedo dal finestrino che stiamo attraversando la nebulosa di Orione.
Il mio dentista deve avermi fatto una di quelle anestesie che si usano in Tibet per sedare gli yeti molesti.
Il mio dentista mi consiglia altri venti maestri che potrebbero aiutarmi, indipendentemente dal fatto che il mio libro sia un manuale naturalistico sui girini zoppi del Madagascar o un romanzo pulp sulle foche monache del Molise.
Il mio dentista ha preso un martello pneumatico ed è convinto di dover fare dei lavori di rifacimento sul tratto autostradale che da questo momento passa per la mia bocca.
Il mio dentista perde lucidità.
Ha deciso che vuole spaccarmi la faccia e mi prende a martellate.
Devo aver fatto qualcosa di molto brutto a sua madre o a sua sorella.
Il mio dentista impugna un revolver e mi spara in bocca. Poi con un cacciavite arrugginito prova ad estrarre il proiettile dalla gengiva.
Il mio dentista ha stretto un accordo con la ferramenta dietro l’angolo e si mette a provare tutti i tipi di tenaglie del mondo perché altrimenti la ferramenta gli ritira la sponsorizzazione.
Il mio dentista è posseduto dal demonio. Ansima e si muove come un ossesso.
Il mio dentista è in preda ad un raptus omicida.
Prende un punteruolo e prova a soffocarmi.
Il mio dentista è fuori di sé e straparla.
Con una voce metallica parla di infezioni ai canali e di fili ai salami.
Il mio dentista ha deciso di cambiare lavoro.
Da grande vuole fare l’agopunturista e così, per fare un po’ di pratica, prende degli aghi vecchi dalla scatola di ricamo di sua nonna e me li pianta in bocca.
Io provo a sbracciare per dirgli che non riesco più a respirare, ma lui non mi vede.
Dalla luce della lampada esce un alieno arancione che mi intima di stare calmo, perché gli aghi cureranno la mia anima e mi aiuteranno ad essere una persona migliore.
Dopo dieci anni luce e dopo aver rivisto più o meno trenta volta il film completo della mia vita, il mio dentista mi dice che posso sciacquare. Ha finito.
Sul suo cassettino ci sono brandelli della mia mascella.
Il mio dentista si toglie i guanti insanguinati e mi guarda fisso con le sue pupille azzurro chiaro.
Rimane immobile per diversi secondi.
Lo guardo attentamente e noto che ha smesso di respirare.
Il mio dentista è morto.
Oppure il suo spirito ha abbandonato la materia ed è partito per un viaggio astrale.
Il mio dentista sta per rarefarsi da un momento all’altro e il suo corpo è vicinissimo all’evaporazione.
Il mio dentista ha la pelle di un neonato e di un vecchio prossimo alla morte.
E, non so perché, mi ricorda un verme gigante albino che vive sottoterra.
Sarà per la sua testa oblunga o per il cocktail di droghe e barbiturici che ha definito “leggerissima anestesia che le ho fatto”.
Improvvisamente il corpo diafano ed emaciato del mio dentista viene rioccupato dal suo spirito.
Il mio dentista riprende a parlare. Come tutti i grandi maestri vuole salutarmi con una battuta.
Mi dice che la cosa più importante è l’istante della morte, della propria morte. L’ultimo pensiero che si ha prima di morire. Perché lì si decide la successiva reincarnazione e quindi il livello del karma. E la storiella riguarda un tizio in India che aveva deciso di pensare ai suoi figli al momento della morte, per aiutare i figli ad evolversi o per qualche altro motivo che non comprendo per via dell’anestesia e del sangue che sta invadendo il cotone che ho in bocca, che durerà per un paio di giorni e non riuscirò più a mangiare e avrò un male cane e sarà l’inferno. E vorrei dire al mio dentista che non me ne importa proprio niente della sua storiella, perché mi sono già messo la giacca addosso e voglio solo andarmene a casa a soffrire in silenzio, ma lui ci tiene proprio a concluderla.
«Sa come finisce la storia del tizio in India? Che al momento della sua morte, mentre guarda i figli che sono attorno al letto, gli viene in mente che nella bottega non è rimasto nessuno perché i figli sono lì con lui e proprio in quel momento muore. E così rimane inculato.»

Racconto “Il mio dentista”  scritto da Andrea Serra
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “Il lunedì di LuccAutori”

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edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi
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