Al mercato Mannarino – L.L.

 

Sampietrini

Era notte in quel mattino
ed ho ricordato di un viaggio che facevo a dieci anni.
Ho pensato –  Forse è quel giorno.
Nello svegliarmi alzarmi lavarmi vestirmi ci ho chiuso fuori me.
Pensieri. Ossessioni. Paure. Compulsioni. Voglie. Sogni. Desideri.
Ho disdetto tutto. Ho dismesso tutto. Ed ho fatto entrare lei.
Jeans e maglietta.
Non mi sono pettinata né truccata.
Senza un soldo.
Senza salutare.
Senza chiavi.
Me ne sono andata al mercato.
Non quello del mio quartiere, ma da Giordano passando da Trilussa.
Perché è lì che ero solita andare.
Perché è quello che ho ricordato.
Perché ho dieci anni e sono felice a starmene dove i palazzi odorano di marmo gelido pure d’estate.
Dove ad accompagnarmi per la strada è l’odore degli alberi della città e il cucinato che sbuca dalle finestre perdendosi nei vicoli stretti.
Per le vie di sampietrini sono arrivata al mercato.
I negozi sono cambiati ma di quelli non me ne frega nulla
m’importa del chicco d’uva gigante nella bocca
della ciliegia pulita con le mani impolverate
delle olive verdi nella salsa puzzolente dolcisalate sulla lingua
dei fruttivendoli sbracciati e sguaiati che urlano il pregio del loro giovare
ed immagino il suono della voce di Giordano
nel suo cupo andirivieni  alla ricerca dell’entità infinita del tutto
di quella di Trilussa
che grida nell’aria il rimodernare composizioni metriche ridendo e sbeffeggiando tutti
invece ardono quelle delle pettegole che si fanno il verso l’una a l’altra
bisticciando per chi strappa il sorriso più bello all’ortolano.
Percepisco musica
ascoltata da chi vive dietro le finestre lasciandola divampare fuori come l’odore di sugo,
e mentre mi aggiro tra i banchi cercando solo ricordi odo il suo rimando
così al mercato ho trovato questo canto
voce di un giovane dalle straordinarie speranze
speranze di un futuro privo dall’angoscia della rabbia ma d’amore e d’arte nutrito
la stessa speranza che nutre l’uomo che porto nel cuore
e ascoltarlo mi ha fatto rizzare i peli fin dietro la nuca
e allora sono corsa a domandare chi fosse
– E’ Mannarino, Signorì nu’ lo conosci?
e ricordare che in effetti l’avevo già ascoltato
e ricordare ch’ero in sua compagnia mi ha scosso
e confusa mi sono commossa
e come a dieci anni
se vedevo un bimbo piangere piangevo con lui
se correva ci correvo  assieme
se lo vedevo morire, bé
ero lì con la mia mano stretta a lui
e lui con la sua sulle mie guance.
L’attimo dopo ho capito di essere accorsa a questo di mercato per riprendere me con i miei ricordi.
Con questo dono nella mente me ne sono tornata a casa
ho salutato Giordano e poi Trilussa
me ne sono tornata alla vita
con la consapevolezza
che ho memoria di quella carezza sul mio volto
che ci ho messo la guancia al riparo
regalo dell’immensità della pace.
E non crediate sia poco.
Non lo è.
E.
Con il pensarti che è gioia immensa
come essere spensierati sempre
mi dedico tutto questo
una me di dieci anni
in una mezza giornata di vita
speranzosa e felice.

 

Buona domenica a tutti voi che mi leggete
anche a chi è solo di passaggio per un’occhiata furtiva.
Lasciatevi catturare dalla melodia delle parole tutte
che sia poesia
che sia musica
che sia semplice conversare.

L.L.

 

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