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Letteratura seicentesca in Oriente: viaggiare per Basho.

Roma 9 aprile 2013

Nel 1644 a Ueno nasce Matsuo Basho. Destinato a diventare samurai come i suoi predecessori, Basho, da giovane presta servizio a Todo Yoshitada figlio del generale di Ueno e  studioso dello haikai :la poesia “a catena”, i cui versi erano composti da più autori, secondo schemi alternati. Dopo la morte del padrone tornò nella casa d’infanzia e nel 1672 si trasferì a Edo, oggi l’attuale Tokio.

In pochi anni, nonostante cambiasse spesso lo pseudonimo con il quale firmava le proprie opere,  la sua fama di poeta si diffuse, e cominciò ad avere allievi.

Seguace e praticante del Buddhismo zen, Basho cercò nuovi stili, nuove fonti di ispirazione, per raggiungere la perfezione artistica, la dimensione in cui vita e arte fossero armonicamente fuse.

Nel 1682 pubblica la raccolta in versi “Minashiguri” – Castagne vuote – ispirati alla poesia Tang. Successivamente, con il ripetersi di numerosi viaggi, nascono splenditi resoconti in prosa e in versi: il diario del viaggio verso casa s’intitola ” Nozarashi kiko” – Note di viaggio di un teschio – ma il suo capolavoro letterario è “Oku no hosomichi”- Lo stretto sentiero dell’Oku – che racconta il viaggio compiouto nel 1689, assieme al compagno Sora, nel nord dell’isola Honshu.

La peregrinazione come percorso dello spirito e fonte d’ispirazione poetica è stata un topos della tradizione classica cinese e giapponese, ma Basho la portò ad esiti supremi, perché l’ haikai non fu soltanto un semplice genere poetico ma l’espressione dei sentimenti, del cuore, e doveva avere eleganza e raffinatezza, esprimere la verità eterna in un modo vivo e sperimentale.

Egli educava quattro principi fondamentali del genere poetico Haikai: la mistica serenità sabi, la guida shiori,la sottigliezza hosomi, la leggerezza karumi.

Pochi giorni prima di morire scrisse la sua ultima poesia:

Ammalato durante il viaggio

il mio sogno spazia

nel deserto.

A domani

LL

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