365 giorni, Libroarbitrio

Sperimentazione Realistica

Roma 8 febbraio 2013

Lo Stilnovo di Cecco Angiolieri

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La dolcezza era la fondamentale novità del nuovo stile, ma essa non era solo il frutto di una  raffinata scelta linguistica; comportava invece la scelta di tutto un mondo di valori umani simboleggiati dall’Amore, inteso come vita esclusiva dell’anima dedita ad uno sforzo di elevamento spirituale e intellettuale, alla meditazione del suo destino esistenziale, all’indagine dei suoi moti interiori.

Lo stilnovo rappresentava la punta avanzata della intellettualità fiorentina di fine Trecento, tesa a trasferire la cultura delle scuole nel vivo dell’esperienza umana. Ma l’operazione era essenzialmente aristocratica, il linguaggio stilnovistico non si misurava con le cose di ogni giorno, né interveniva su temi più strettamente collegati col mondo politico. Era, almeno in Cavalcanti e Dante, impegno culturale, non evasione, eppure mirava a restringere l’agibilità della poesia  entro un cerchi di raffinata distanza dal mondo esterno. Anzi tendeva a dissolvere ogni riferimento esterno nell’evanescenza di un tempo ideale, secondo una direzione che rimarrà pressoché costante nella lirica italiana.

La peculiarità di questa direzione non sconosciuta alla poesia provenzale, anzi in parte ad essa risalente, provocò quasi un contraccolpo nella cosiddetta poesia realistica, la quale recuperava le voci popolari, escluse per il loro stridore e la materialità del senso dalla scelta aristocratica della lirica d’amore, gli aspetti dell’esistenza rimossi dalla tensione mistica propria della poesia d’alto stile.

Realismo vuol dire in questo caso  rifiuto della idealizzazione, gusto del comico, del volgare, utilizzato in senso satirico e burlesco, non maggiore aderenza alla realtà umana, alla realtà sociale, le quali vengono comunque deformate dall’immaginazione per rispondere  al piacere, spesso bizzarro, di capovolgere i valori positivi del bello e del buono.

Famoso interprete di questo gusto letterario fu Cecco Angiolieri  – 1260/1313 – , nativo di Siena, alcune notizie della sua vita, condanne per inosservanza delle leggi e risse , sembrano avvalorate dalla spregiudicatezza dei suoi versi, che rivelano quasi il piacere di manifestare la miseria, la sregolatezza, i vizi pratici. Soprattutto la scoperta contrapposizione di una donna avida e sgradevole dal nome orribile, la Becchina, al personaggio angelico dello stilnovo, indica il carattere subalterno di questa poesia, che si muove, con intenti satirici e parodistici, sul modello anch’esso stilizzato e retorico del comico. Cecco ebbe con Dante uno scambio di scortesie e di ingiurie, e si accomunò nel sonetto  Dante Alighier s’io son buon bagolardo  al poeta fiorentino per la disonorevole sventura, la miseria, l’esilio e la forzosa condizione di cliente. Mentre altrove, specie nel sonetto  S’ì fosse foco il ribaltamento dei valori morali e la confessione della propria natura demoniaca hanno un esito fantasioso.

A domani LL