365 giorni, Libroarbitrio

Movimenti Ereticali II

Roma 28 gennaio 2013

Il Codice Cortese

Sul primato della sua funzione spirituale si reggeva il potere ecclesiastico. Le arti e i mestieri, il lavoro contadino non erano santificati in quanto tali, ma in quanto risultassero utili alla comunità sul piano strettamente materiale. In un caso soltanto c’era stata la santificazione di un’attività laica, nel caso della cavalleria: il cavaliere, il miles, in quanto combattente per la fede, veniva regolarmente investito e considerato capace di attingere la condizione del perfetto cristiano.  Ma il cavaliere faceva parte della grande feudalità e la sua santificazione s’inquadra in una concezione della società, che riserva alle attività cosiddette borghesi un ruolo secondario dal punto di vista morale e spirituale.

Un tentativo di attribuire all’uomo la capacità di attingere la perfezione morale e spirituale, al di fuori della investitura ecclesiastica, era stata la costituzione del cosiddetto codice cortese, ossia di quel modello di comportamento elaborato nelle corti feudali sul fondamento di una fusione fra l’etica cristiana e l’etica antica. Al centro di questo sistema etico è collocata la virtù della moderazione, della misura, che è insieme prudenza, saggezza e beneficenza, e su tutte domina la larghezza, la liberalità, la disposizione a donare il proprio cuore e le proprie sostanze. Sebbene i princìpi della società cortese fossero strettamente collegati con quelli religiosi, anche per la presenza centrale della istituzione della cavalleria ( il cavaliere è l’eroe forte e generoso, il modello della società cortese), essi tendono a porsi come autonomo modello di perfezione umana. Questo modello, che nella riflessione morale dei secoli successivi sarà presente anche in ambito borghese, è originariamente collegato col mondo della feudalità, della corte, non con quello della borghesia, che privilegia un altro genere di virtù fondato  sulla parsimonia.

A domani

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